di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
In un’intervista al Riformista, il presidente del Cnel, Renato Brunetta, è intervenuto a sostegno della centralità della contrattazione collettiva, come bene da preservare «quale strumento principale, ancora oggi imprescindibile, per la regolazione di dettaglio dei rapporti di lavoro nei vari settori produttivi e nelle diverse tipologie di aziende e, più in generale, per garantire la sostenibilità di un moderno sistema economico e produttivo», nell’ambito del dibattito sul salario minimo, che negli ultimi tempi ha acceso il confronto tra forze politiche e parti sociali. Una posizione condivisibile, perché l’introduzione per legge del salario minimo orario, oltre a svilire il ruolo del sindacato, rischia essere una soluzione semplicistica incapace di tenere conto delle reali esigenze dei lavoratori e delle imprese. Non solo: il timore maggiore, e circostanziato, è che questa soluzione possa in realtà rivelarsi controproducente, portando ad un livellamento verso il basso delle retribuzioni. Se l’obiettivo è quello di evitare, ed è sacrosanto, il lavoro irregolare e il dumping contrattuale, meglio allora, come suggerisce lo stesso Presidente del Cnel, verificare con maggiore frequenza la valorizzazione dei contratti storici e la loro effettiva applicazione, anche con conseguenti incentivi o sanzioni per le aziende, a seconda dei casi. Non a caso, come ricorda Brunetta, il ruolo della contrattazione collettiva nazionale è riconosciuto dall’articolo 39 della Costituzione, con efficacia obbligatoria per tutti i lavoratori appartenenti alla categoria interessata. Lo stesso articolo, e questo dovrebbe portare ad un’ulteriore riflessione, che legittima e garantisce le funzioni del sindacato. Prevedendo, quindi, nell’ossatura normativa della Repubblica il dialogo sociale come motore dello sviluppo economico e sociale del Paese a completamento e miglioramento di alcuni diritti di base, questi sì stabiliti per legge. Per questo, l’impegno dell’Ugl è chiaro: difendere e rafforzare la contrattazione collettiva nazionale, che assicura il trattamento economico e normativo standard per i vari settori produttivi, ma anche quella territoriale ed aziendale, come strumento chiave per il miglioramento delle condizioni di lavoro, valorizzando il merito e la produttività. Non scelte calate dall’alto, ma il pieno coinvolgimento dei lavoratori per garantire che la crescita economica vada di pari passo con il benessere sociale, sia in ambito nazionale che nelle scelte strategiche aziendali, tanto che il vero passo in avanti che il nostro Paese deve compiere è quello della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, una forma ancora più avanzata di collaborazione fra imprese e dipendenti, un modello già adottato con successo in molte realtà europee e che finalmente si sta concretizzando anche in Italia.