di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Una vertenza che resta al centro del dibattito politico, quella di Beko, non solo a causa delle ripercussioni occupazionali, ma anche perché, al di là del caso singolo, evidenzia questioni di portata generale e chiarisce che il mantenimento della produzione industriale in Italia dipende essenzialmente dalla capacità del Paese di essere attrattivo. Per evitare la desertificazione industriale, è fondamentale rendere l’Italia più appetibile per gli investimenti e le ricette sono sempre le stesse: potenziare le infrastrutture, intervenire sul fronte fiscale, garantire costi energetici sostenibili, offrire incentivi concreti all’innovazione. Così da diminuire quelle «spese fisse», considerate un freno dalle aziende, senza penalizzare il «capitale umano», che, d’altro canto, deve essere sostenuto attraverso un’adeguata formazione, per fare in modo che il costo del lavoro sia considerato un investimento, senza rinunciare ai diritti e alle tutele faticosamente conquistati nel nostro Paese. Altrimenti, in assenza di un contesto favorevole, il rischio di delocalizzazione rimarrà una minaccia costante per il settore manifatturiero italiano e questo è un tema, legato a doppio filo alla questione energetica, ormai imprescindibile. Nello specifico, la multinazionale turca, durante il quarto tavolo di crisi al Mimit di ieri, al quale hanno partecipato le rappresentanze dei lavoratori, tra cui la nostra Uglm, per il momento ha congelato la prevista chiusura di due stabilimenti in Italia, dichiarando la propria disponibilità a trovare una soluzione e dando un primo riscontro positivo alla richiesta del governo di un investimento di 300 milioni, di cui un terzo destinato alla ricerca e sviluppo, a fronte dell’impegno dello Stato sugli incentivi alle famiglie per il rinnovo degli elettrodomestici, sugli accordi di innovazione, i contratti di sviluppo e sul Piano transizione 5.0 per l’efficientamento energetico. L’azienda ha ribadito la necessità di poter contare su una sostenibilità economica e finanziaria di medio-lungo periodo in Italia, confermando, comunque, la propria intenzione di mantenere nel nostro Paese importanti centri, su ricerca, sviluppo e design e nell’ambito del marketing, delle risorse umane, del consumer care e del ricondizionamento degli elettrodomestici usati. Si tratta di un primo passo, ma è necessario un confronto serrato, per mettere in campo un nuovo piano industriale per l’azienda, che garantisca il mantenimento di tutti i siti produttivi, scongiurando i quasi duemila licenziamenti, su 4.400 totali, non solo negli stabilimenti a rischio chiusura, ma in tutte le sedi italiane interessate da previsti tagli di personale. Uno spiraglio positivo, che, però, ancora non cancella le preoccupazioni del sindacato, ieri mobilitato, oltre che nel tavolo di trattativa, anche con uno sciopero di otto ore ed un presidio di protesta con centinaia di lavoratori sotto la sede del Ministero, chiedendo impegni concreti in vista del prossimo incontro del 10 febbraio.