La pesante incognita dell’inflazione americana. Se l’inflazione dovesse essere più forte delle attese, la Fed quest’anno potrebbe non fare tagli
Nella settimana in cui il presidente Usa uscente, Joe Biden, lascerà la Casa Bianca, i mercati sono in fibrillazione sia per gli sviluppi dell’arrivo di Donald Trump sia per alcuni dati economici. In particolare, quelli dell’inflazione, dai quali dipendono le scelte delle banche centrali, in primis la Fed e di conseguenza la Bce, sui tassi di interesse, cioè sul costo del denaro. Mercoledì 15 gennaio saranno pubblicati i dati dell’inflazione statunitense e gli investitori già si aspettano tassi più alti per un periodo più lungo. Non solo, sul mercato dei future le probabilità di un secondo taglio Fed quest’anno sono scese dal 60% a circa il 20%. Per Bank of America il ciclo di tagli potrebbe essere finito e non solo non ci sarà alcuna riduzione quest’anno, ma è possibile persino un rialzo. L’inflazione Usa, i cui dati sono attesi per l’appunto mercoledì 15 gennaio, potrebbe aumentare in modo significativo, a causa dell’inflazione generale che a fine 2024 potrebbe accelerare, sebbene leggermente, passando dal 2,7% di novembre al 2,8%, a causa della componente energia. Le recenti impennate del prezzo del petrolio, tornate negli ultimi 4 mesi a livelli top, con i future sul Brent in Asia sopra agli 80 dollari al barile, infatti, non promettono niente di buono. Così come nulla di buono promette l’inflazione britannica, a sua volta prevista in rialzo. Dall’Europa non dovrebbero arrivare segnali molto preoccupanti in merito ai numeri finali dell’inflazione di dicembre, ma quello che si teme di più è il dato di mercoledì del Pil tedesco nel 2024, che dovrebbe confermare la contrazione, fatto preoccupante essendo la Germania la locomotiva d’Europa. Già molto indietro in termini di competitività rispetto a Cina e Usa.