«Capolavoro diplomatico», intelligence e lavoro di squadra: così Cecilia Sala è tornata a casa
Dopo 21 giorni di reclusione nel carcere di Evin, vicino a Teheran, è finito l’incubo di Cecilia Sala, giornalista (29 anni) de Il Foglio e autrice di podcast per Chora Media. Tre le settimane di angoscia per i famigliari e di trattative febbrili da parte della diplomazia e del governo italiano. «Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esprime gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile il ritorno di Cecilia, permettendole di riabbracciare i suoi familiari e colleghi», così ha spiegato in un comunicato Palazzo Chigi. La liberazione di Sala è «il frutto di un grande lavoro di squadra, fatto in silenzio, in primis dal presidente del Consiglio Meloni, dal ministro Tajani e da tutto lo staff della Farnesina, da Mantovano e dai servizi», ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in una edizione straordinaria del Tg1. Merito che va attribuito in particolare al direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, andato personalmente a Teheran per prendere Cecilia Sala. Non molti, soprattutto all’opposizione, dopo le dimissioni del capo del Dis, Elisabetta Belloni, avrebbero scommesso su un esito simile e così rapido. Diverse le ragioni, leggendo diverse fonti, di questo innegabile successo e che hanno spinto Teheran a liberare Cecilia Sala accusata di «violazione della legge islamica»: le rassicurazioni, fornite dai nostri servizi al governo iraniano, la credibilità, anche internazionale, che il governo italiano ha saputo conquistarsi, la promessa che, l’ingegnere Mohammad Abedini, arrestato a Malpensa il 16 dicembre, non sarà estradato negli Stati Uniti. Argomento che probabilmente ha comportato il viaggio lampo del premier Meloni presso la residenza del futuro presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a Mar-a-Lago.