di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

L’esito della lunga maratona negoziale di 70 ore che ha portato i vertici della Volkswagen e il sindacato dei metalmeccanici IG Metall a chiudere la vertenza Volkswagen con un accordo, che scongiura la chiusura di tre stabilimenti e il licenziamento di migliaia di persone, è anche per l’Italia, strettamente connessa alle sorti economiche della Germania, un’ottima notizia. «Miracolo di Natale di Hannover», lo ha definito lo stesso sindacato. Tutto a posto, dunque? Non proprio: dei tagli ci saranno e, secondo l’accordo, poteranno a una riduzione «socialmente responsabile della forza lavoro di oltre 35.000 persone» entro il 2030. Resta, infatti, il problema di un mercato quasi al collasso e di una riqualificazione lavorativa di massa. In tal senso, molta importanza rivestono sia iniziative e misure dei singoli Stati, come quella del governo italiano, volte a salvaguardare l’industria dell’auto sia il confronto sull’automotive, dossier nelle mani della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che si aprirà nel 2025. In merito, le aspettative sono molto alte e guardano a scelte quanto meno correttive rispetto alle misure e ai tempi stringenti contenuti nel Green Deal. Ma il dubbio che non vegano pienamente soddisfatte è più che fondato alla luce di alcune dichiarazioni secondo le quali gli obiettivi ambiziosi del Green Deal stesso non possono essere messi in discussione. Tra pragmatismo e furore ideologico, quello che dovrà prevalere è l’interesse europeo a salvaguardare sia il lavoro e le tante professionalità in pericolo sia l’industria, vero fiore all’occhiello e, ad oggi, principale motore della crescita. Proprio quella che dalla crisi energetica in poi ha portato al fenomeno, prettamente italiano ma spia di una tendenza europea, della cosiddetta “occupazione senza crescita”. Fenomeno o, per alcuni anche rebus, che pone molti interrogativi sulla qualità del lavoro, sui neet, sulla partecipazione delle donne e dei giovani al mercato del lavoro, sulla formazione e sulle politiche attive del lavoro. Nodi che portano a riflettere sull’importanza, ancora nell’era dell’intelligenza artificiale, del  sindacato. Basti pensare al miliardario Jeff Bezos, patron di Amazon, il quale, dopo Natale, convolerà a nozze, spendendo per il ricevimento circa 600 milioni di dollari, mentre negli Usa i trasportatori di Amazon sono in sciopero lamentando l’assenza di un sindacato. Chi si sta mobilitando in questi giorni, periodo molto delicato dell’anno, rischia di essere punito severamente se non addirittura licenziato. Anche in Italia, in merito, qualche problema c’è. Dunque, teniamoci stretto il nostro modello sociale europeo. Anzi rafforziamolo e esportiamolo.