Clima, alla Conferenza di Baku pesano le assenze. Grandi assenti Usa e Cina. E così anche von der Leyen, Macron, Scholz. Nonché Lula, Modi. Giorgia Meloni interverrà in plenaria il 13/11 in qualità di capo del G7
Oggi è il giorno della conferenza ONU sul clima (Cop29) a Baku in Azerbaigian. Una conferenza condizionata da molti fattori: il primo, la vittoria di Donald Trump alle presidenziali USA, il quale sarà assente perché ancora ufficialmente non insediato. Potrebbe comunque, dal 20 gennaio 2025, sfilarsi dall’accordo di Parigi del 2015, stando così in compagnia di Iran, Yemen e Libia. Fatto di enorme importanza, visto che è su Parigi 2015 che sono state adottate, negli ultimi anni, le misure per contenere il riscaldamento globale. Nonostante Parigi, secondo Copernicus, il Vecchio Continente si sta riscaldando troppo velocemente: è accaduto già nel 2023 e sarà così anche per il 2024. Mentre le autorità locali francesi e spagnole stanno seguendo con attenzione l’evoluzione delle condizioni meteo, la Francia per un gelo improvviso e imminente, la Spagna per altre possibili piogge torrenziali, mentre l’Onu lancia allarmi – è stato superato il tetto di 1,5 gradi della temperatura globale – i grandi della terra hanno deciso di disertare la conferenza di Baku. Non solo Donald Trump, non andrà neanche Biden. Assente anche Ursula von der Leyen, perché impegnata «con i suoi interlocutori nel Parlamento europeo, per discutere questioni relative alla transizione istituzionale». Non ci saranno il presidente francese, Emanuel Macron, e il Cancelliere tedesco Olaf Scholz. Mancheranno all’appello importanti Capi di Stato come Luiz Ignazio Lula (Brasile), Narendra Modi (India) e quello del Paese, Cina, tra i più inquinanti insieme a Usa e India, cioè Xi Jinping. Insomma, che succederà a Baku? Detta così, sembra quasi che l’ultimo dei fattori a condizionare la conferenza di Baku sia proprio il clima, nonostante gli stravolgimenti in atto e nonostante le fosche previsioni dell’Onu e la consapevolezza che i tentativi di restare al di sotto degli 1,5 gradi di surriscaldamento della temperatura globale sono falliti. Continuando di questo passo, secondo l’Onu, nel 2100 saremo a +3 gradi. È sempre chiaro che dalle Conferenze si esce con timidi impegni, è stato così anche per la penultima in merito all’uscita dai combustibili fossili. Tant’è che le speranze di oggi si aggrappano a forti iniziative, eventuali, di singoli Paesi per poter sperare in una drastica riduzione delle emissioni di Co2. Peccato che, nel frattempo, l’industria europea stia pagando a caro prezzo, e ancora non abbiamo visto niente, il processo di decarbonizzazione.