di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

L’ha detto persino un ministro, Teresa Bellanova: alcune delle misure contenute nel Dpcm di Natale, emanate dallo stesso governo di cui pure continua a far parte, sono “incomprensibili”. Un conto prendere provvedimenti, anche severi, ma sensati e utili a limitare la pandemia, un altro attuare scelte dall’aria tanto dispotica quanto arbitraria, col rischio di esasperare i cittadini senza neanche riuscire a bloccare il virus. E l’ultimo decreto illustrato ieri dal Premier sembra appartenere alla seconda categoria. I casi di disposizioni del tutto sconclusionate che potrebbero essere citati sono diversi. Fra questi uno dei più eclatanti consiste nella scelta di impedire gli spostamenti fra i Comuni nelle giornate di festa: Natale, Santo Stefano e Capodanno. La decisione di equiparare i piccoli paesini con poche centinaia di abitanti e di superficie limitata alle grandi metropoli che riuniscono milioni di persone in territori anche molto vasti sembra, a chiunque abbia conservato un minimo di spirito critico, del tutto insensata. Quasi punitiva verso le comunità meno popolose e periferiche. Tanto che persino 25 sui 35 senatori del Pd hanno espresso la propria contrarietà a questa misura scrivendo al loro capogruppo Marcucci, chiedendogli di attivarsi per modificare la norma. Se, infatti, nei giorni di festa, a Roma, Napoli o Milano ci si potrà muovere per decine di chilometri avendo la possibilità di frequentare amici e parenti e accedere a una vasta gamma di attività commerciali, in tanti paesini i cittadini si troveranno bloccati in una piccola “gabbia” senza magari poter vedere chi abita a pochi metri di distanza o poter accedere ai servizi necessari per le incombenze quotidiane, il tutto non avendo, alla base di una simile scelta, nessuna motivazione plausibile di tipo scientifico. Come se i nostri governanti non conoscessero la struttura amministrativa di un Paese noto proprio per le sue migliaia di Comuni, grandi, piccoli e piccolissimi. Sarebbe stato, al limite, più logico ed equo un divieto di spostamento fra Province. Questo esempio la dice lunga su molte cose. Innanzitutto conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la distanza siderale fra il “palazzo” e il popolo, fra chi vive nelle Ztl dei grandi centri e il resto degli italiani, molti dei quali residenti in piccoli Comuni. Una distanza aggravata da un atteggiamento di chiusura al confronto, di presunta autosufficienza, di impermeabilità non solo alle critiche, ma anche a qualsiasi osservazione costruttiva, che in questi mesi ha caratterizzato l’azione di Conte e del suo governo. Sarebbe stata necessaria una reale interlocuzione con le varie parti politiche, con le Regioni, con le Parti Sociali per impedire questa come altre misure inutili contro il virus e dannose verso la popolazione, evitando così di continuare a indebolire il rapporto di fiducia tra cittadini ed istituzioni.