Sono passati più di 70 giorni da quando due pescherecci italiani con 18 persone a bordo sono stati sequestrati in Libia
Tutti gli italiani si stanno interrogando sul prossimo Natale, chiedendosi se riusciranno a trascorrere le feste con i propri cari, in questo anno così particolare e difficile. Ci sono alcune famiglie, però, che sono ancora più in apprensione all’idea di non poter riabbracciare i propri figli, mariti, padri, fratelli: sono le famiglie dei pescatori italiani ancora prigionieri in Libia. Trattenuti da quasi tre mesi nelle carceri del generale Haftar, accusati di reati non commessi, prelevati mentre erano in acque internazionali, con l’intenzione di utilizzarli come “merce di scambio” al fine di far scarcerare quattro libici, condannati in via definitiva a 30 anni di carcere in Italia, come scafisti e responsabili di una strage di migranti, e attualmente detenuti nel nostro Paese. Al momento la sorte dei pescatori è ancora incerta, sono ancora prigionieri in Libia e l’unica novità degna di rilievo è la telefonata concessa ieri dai libici ai nostri connazionali, che hanno potuto contattare per brevi momenti i propri parenti. Quarantacinque minuti in tutto, dopo due mesi dall’ultima telefonata, risalente al 16 settembre scorso. Mesi nei quali le famiglie avevano avuto solo vaghe rassicurazioni sulla sorte dei loro cari. Ieri c’è stato un contatto insperato, ma comunque ancora poca, pochissima cosa. Il ministro degli esteri Di Maio assicura di star procedendo nelle complesse trattative, la questione è avvolta, comprensibilmente, da una patina di riservatezza, ma tutto questo non basta: aspettiamo di vedere i pescatori italiani tornare liberi in Patria. Per questo è necessario che non cali l’attenzione sul caso, dobbiamo sollecitare un Governo che a volte è apparso un po’ troppo distratto sulla faccenda e anche i molti media che hanno dedicato ben poco spazio a questo dramma. L’Ugl ne ha fatto, invece, una delle proprie battaglie dando vita a diverse iniziative, schierandosi al fianco delle famiglie che da mesi protestano per la liberazione dei propri cari. In questo difficilissimo contesto, la telefonata di ieri è stata giudicata un “segnale di speranza”, confidiamo nel fatto che sia vero e, soprattutto, che si giunga presto alla liberazione dei pescatori, in modo che possano tornare il prima possibile in Italia, che ben prima di Natale possano essere a casa. Allo stesso modo ci auguriamo anche che il Governo riesca a condurre le trattative senza cedere a ricatti, in modo da assicurare al nostro Paese il rispetto che merita.
L’antefatto
Il primo settembre scorso due pescherecci italiani partiti da Mazara del Vallo, l’Antartide e il Medinea, mentre erano occupati nella pesca del gambero rosso, a 38 miglia dalle coste libiche, sono stati sequestrati dalle autorità libiche rispondenti al governo – non riconosciuto – del generale Haftar. I diciotto uomini a bordo sono stati imprigionati e sono attualmente trattenuti nelle carceri di Bengasi, con l’accusa del tutto infondata di traffico di stupefacenti. Da allora la loro sorte è appesa a un filo: difficili le trattative, pochissime le notizie.