di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Spesso si sente dire che non dovremmo interessarci troppo di ciò che avviene al di là dell’oceano, per non dimostrare eccessiva sudditanza, quantomeno psicologica, nei confronti degli Stati Uniti d’America. Certamente in queste considerazioni c’è del vero. Eppure è innegabile l’influenza degli Usa nel mondo e il fatto che le scelte americane comportino delle conseguenze per tutti gli altri Paesi, Italia compresa. Per questo dobbiamo in ogni caso guardare con interesse alla politica statunitense. Stavolta, però, la sfida per la Casa Bianca è ancora più coinvolgente del solito. Perché non si tratta dell’abituale alternanza fra Democratici e Repubblicani, ma di qualcosa di nuovo. Inconsueto come la figura del candidato conservatore, il presidente uscente, l’outsider Donald Trump. Un personaggio profondamente diverso non solo, come ovvio, dai suoi antagonisti dem, ma eterogeneo anche rispetto alla gran parte della classe dirigente del partito repubblicano. Tutta un’altra cosa rispetto ai vari Reagan e Bush. In politica estera e non solo. Per questo, oggetto di sentimenti forti, di ammirazione oppure di ostilità. Amato o odiato. Perché capace non solo di rappresentare una parte, ma di scardinare – in una certa misura, almeno – l’intero sistema statunitense, quell’apparato, fatto di media, star system, deep state, che, infatti, nel corso di questa lunga campagna elettorale gli ha mosso contro una guerra senza quartiere. Diverso perché ha proposto una politica innovativa, nella forma e nella sostanza, sia all’interno del Paese che nelle relazioni internazionali. E nuovo anche per come sta affrontando la sfida attuale per la rielezione, parlando apertamente di brogli da parte degli avversari e annunciando un possibile ricorso alla Corte Suprema. Ad oggi l’esito della corsa per la Casa Bianca resta, infatti, incerto, con Trump vittorioso in molti Stati che si ritenevano appannaggio di Biden e un testa a testa fra i due candidati, in attesa del conteggio definitivo dei voti, compresi quelli postali. Non sappiamo chi avrà la meglio e molti dicono che questa incertezza, che durerà ancora per qualche tempo accompagnata dai dubbi su eventuali irregolarità ed il probabile ricorso ad avvocati e tribunali, inasprirà le tensioni sociali. Una cosa però già è chiara: di nuovo, dopo la débâcle clamorosa al tempo dell’ultima competizione, quella del 2016 fra lo stesso Trump e l’allora candidata dem Hillary Clinton, anche stavolta le maggiori agenzie di sondaggi hanno preso una sonora cantonata. Il vantaggio di Biden si è rivelato del tutto irreale: era data per scontata una sua vittoria per distacco, mentre ora i fatti dimostrano che perderà o, al massimo, vincerà di un soffio. L’incapacità di queste agenzie di svolgere in modo efficiente il proprio lavoro, comunque la si pensi e per chiunque si tifi, pur non volendo cedere a dietrologie sulla volontà di influenzare il voto, non può che lasciare piuttosto perplessi. Eppure siamo di fronte a grandi e titolate aziende, leader nel loro settore, incaricate di occuparsi della sfida politica dell’anno. Possibile, di nuovo, un simile pressappochismo?