di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Le conseguenze della pandemia dal punto di vista economico e sociale probabilmente sono ancora sottovalutate. Il contagio è in corso, dobbiamo preoccuparci di limitarlo il più possibile, il governo ci prova con i suoi Dpcm e a volte con provvedimenti piuttosto discutibili, come quello degli inviti limitati persino in casa, e questo assorbe buona parte della nostra attenzione. Ci sono poi le misure emergenziali, la cassa Covid, il blocco dei licenziamenti, alcuni aiuti, misure che – anche se in molti casi insufficienti, tardive e soprattutto temporanee – hanno comunque parzialmente impedito un più fragoroso deflagrare della crisi. Queste circostanze, seppure importanti, in parte ci distraggono. Invece ormai dovremmo renderci conto del fatto che la profonda trasformazione del lavoro e degli scambi economici e commerciali determinata dal Coronavirus è uno tsunami che si sta abbattendo sul nostro sistema, italiano ed europeo, che purtroppo durerà ancora e porterà a gravissimi danni sociali, se non saranno messe in atto politiche imponenti volte ad affrontare la situazione. Qualche numero. Secondo Eurostat, ammontano a dieci milioni i cittadini europei che hanno perso il lavoro in conseguenza del Covid. In Italia, i dati sono della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, i posti di lavoro persi a causa della crisi sanitaria sono 841 mila, tra giugno 2019 e lo stesso mese del 2020. Se dovremo ancora convivere con la pandemia per mesi, come sembra ormai evidente, bisognerà fare qualcosa al più presto per evitare che questi numeri diventino ancora più significativi e impressionanti. Non solo. Con tutta probabilità anche una volta passata la crisi Covid, anche dopo un definitivo debellamento del virus, grazie a un vaccino o a efficaci politiche di contenimento dei contagi, cosa che tutti ci auguriamo avvenga il prima possibile, la situazione non tornerà quella di prima. Ci vorranno anni per tornare alle abitudini precedenti e ne soffriranno molti settori, servizi e turismo in primis, ma non solo: si pensi, ad esempio, al dilagare dell’e-commerce a spese del commercio tradizionale, con le immaginabili conseguenze dal punto di vista occupazionale. Una situazione di recessione destinata a coinvolgere a cascata ogni settore economico. In questo quadro drammatico sconcerta l’inerzia e il totale scollamento delle istituzioni europee rispetto alla crisi in atto. Stando alle previsioni più ottimistiche, infatti, la prima tranche dei fondi del Recovery Plan, pari a circa 20 miliardi di euro, non arriverà prima della seconda metà del prossimo anno. Un ritardo inammissibile che di fatto compromette l’efficacia di uno strumento la cui ragion d’essere è la tempestività e l’intensità dell’intervento. Il Presidente Conte faccia valere l’influenza di un grande Paese come l’Italia e si batta in difesa dell’interesse nazionale in Europa e al tempo stesso il governo agisca in fretta a livello nazionale, stanziando, nella legge di bilancio prossima ventura, tutte le risorse disponibili a sostegno di un Piano per il lavoro fondato su politiche attive, sgravi fiscali, incentivi alle assunzioni e investimenti infrastrutturali senza precedenti, dall’innovazione digitale, ai trasporti, fino alle opere di messa in sicurezza del territorio, al fine di incoraggiare la ripresa e combattere la piaga della disoccupazione.