di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Doveva essere la resa dei conti nei confronti dell’ex ministro dell’Interno e leader dell’opposizione di centrodestra, Matteo Salvini. Invece il caso Gregoretti rischia di trasformarsi in un processo, non tanto giudiziario quanto politico, ai principali esponenti del Movimento 5 stelle ed anche all’attuale governo e alla maggioranza parlamentare che lo sostiene. Una maggioranza che prima ha votato contro Salvini, decidendo per l’autorizzazione a procedere, e invece ora per forza di cose dovrà confrontarsi, finalmente, con le tante incoerenze alla base della formazione dell’attuale alleanza “giallorossa”. Facciamo un passo indietro, tornando all’epoca dei fatti. Allora, quando Salvini, in veste di responsabile del Viminale, tenne ferma in mare per sei giorni la Gregoretti, al governo c’era la Lega, formazione “sovranista”. Non da sola, però, ma alleata, grazie a un contratto scritto nero su bianco, con il Movimento 5 Stelle. Fra i termini di quel contratto di governo c’era il contrasto all’immigrazione clandestina ed era proprio questo uno dei principali punti della campagna elettorale di entrambe le formazioni. Grazie a ciò e in generale grazie a programmi politici di profondo rinnovamento – definiti “populisti” dai detrattori – era stata possibile la grande affermazione di Lega e M5S alle elezioni del 2018. Sulla base di questa comune visione, pur restando molte le differenze fra i due movimenti, era nato il governo “del cambiamento”. Insomma, la decisione di Salvini in merito alla gestione del caso Gregoretti, era scaturita in questo clima. Solo successivamente i sempre maggiori attriti tra le due forze, su altre questioni, portarono alla crisi di governo. Dopo ancora, con la nascita dell’Esecutivo attuale, i pentastellati hanno infine abbracciato la visione opposta sul tema migratorio, aderendo alle posizioni delle sinistre. Decidendo però di restare comunque saldamente ancorati alle poltrone conquistate promettendo altro, piuttosto che sottoporsi, dopo la trasformazione, ad un nuovo giudizio elettorale. Solo grazie a questo artificio oggi esiste il governo cosiddetto giallorosso. Ed ora di questo rocambolesco voltafaccia i maggiori esponenti del movimento – Conte, Di Maio, Toninelli ed altri – dovranno rendere conto, se non agli elettori, quantomeno ai giudici, essendo stati chiamati a deporre per un atto deciso sì da Salvini, ma col concorso di tutto il governo di allora. Questo è l’elemento più interessante, dal punto di vista politico, di quanto accaduto sabato a Catania, durante la prima udienza preliminare del processo Gregoretti. Ancor di più della richiesta di archiviazione perché il fatto – ossia l’accusa di sequestro di persona mossa a Salvini – non sussiste, richiesta fatta non solo dalla difesa, ma anche dallo stesso sostituto procuratore Bonomo, il pubblico ministero che avrebbe dovuto essere il principale accusatore del leader leghista. Dovremo aspettare novembre per conoscere la versione dei pentastellati, ma gli italiani un’idea, e anche piuttosto chiara, se la sono già fatta.