di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Scuola, la regione Lazio non decide e dice ai sindaci preoccupati: «Fate voi»
Quanto successo nel corso di una riunione sulla scuola fra i rappresentanti della regione Lazio e dei comuni laziali potrebbe essere annoverato fra gli accadimenti minori del nostro Paese, se non fosse che è lo specchio, la cartina di Tornasole si potrebbe dire, di quello che siamo diventati e della incapacità di prendersi ognuno le proprie responsabilità con alto senso del dovere civico. L’antefatto: a pochi giorni dalla prima campanella, i sindaci chiedono di confrontarsi con la giunta regionale per fare il punto di una situazione che era e resta critica, tanto è vero che la partenza dei corsi di recupero per gli studenti delle scuole superiori è coincisa con la quasi immediata chiusura di un istituto, proprio in provincia di Roma. A rendere più elettrico il clima, dal Trentino Alto Adige arrivava la notizia che faceva crollare anche l’ultimo ponte, vale a dire la bassa percentuale di contagio fra i bambini con meno di sei anni. Ebbene, i sindaci, delle piccole come delle grandi città, hanno messo le questioni una dietro all’altra. In primo luogo, mancano gli spazi, compresi quelli alternativi, perché le regole sul distanziamento sono molto rigide, come rigidi sono, giustamente in assenza di deroghe di legge, i responsabili del servizio di protezione e protezione che operano nei diversi circoli didattici. Immaginare di ricorrere a cinema, teatri o alberghi non è cosa possibile; anche laddove, almeno sotto il profilo potenziale, sono disponibili, avrebbero costi proibitivi per i bilanci comunali. Lo stesso contributo – peraltro promesso e non ancora erogato – del governo non supera i mille euro al mese per circolo didattico, più o meno l’affitto di un appartamento da cinquanta metri quadrati in periferia. Mettendo da parte, per il momento, la questione della assoluta carenza di personale docente e non docente – una spada di Damocle sulla testa dei dirigenti scolastici -, sempre i sindaci sono chiamati nell’ordine ad assicurare il servizio di trasporto pubblico, il controllo dei flussi di accesso, la mensa e tutta la relativa sanificazione, anche in questo caso senza risorse aggiuntive e con le linee guida appena recapitate in posta elettronica. Da qui, tenuto conto anche delle elezioni amministrative in diversi comuni e del referendum costituzionale, la legittima richiesta dei primi cittadini alla regione di valutare l’ipotesi di posticipare direttamente al 24 la riapertura delle scuole, una decina di giorni per superare le maggiori criticità e per evitare i costi aggiuntivi per la doppia sanificazione. La risposta della giunta Zingaretti – sul quale pesa il doppio ruolo di governatore e di segretario del Partito democratico – è stata disarmante: ogni singolo sindaco può decidere, in base alla propria sensibilità, se aprire il 14 o se, piuttosto, rinviare al 24. Uno scarico di responsabilità senza precedenti che rischia di generare una frattura istituzionale difficile da sanare, ancora più grave perché cade nel cinquantenario delle prime elezioni regionali, quello del giugno del 1970. Del resto, Zingaretti, a causa proprio del suo doppio ruolo, non può permettersi di seguire l’esempio di altri governatori; se lo facesse, sarebbe un durissimo colpo alla tenuta della maggioranza di governo, perché significherebbe sconfessare la ministra Lucia Azzolina, ma anche lo stesso presidente del consiglio, Giuseppe Conte.