di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Un evento Ugl celebra la declamazione di D’Annunzio della Carta del Carnaro

Esattamente cento anni addietro, l’8 settembre del 1920, Gabriele D’Annunzio declamava la Carta del Carnaro, la Costituzione che avrebbe dovuto regolare i rapporti sociali, politici ed economici nella città di Fiume e nel territorio circostante, una ricorrenza alla quale l’Unione Generale del Lavoro ha voluto dedicare un evento web nel pomeriggio di martedì. Quasi un anno prima, il Vate era entrato a Fiume alla testa di un gruppo di qualche migliaio di reduci della Prima guerra mondiale, soprattutto arditi e legionari, per un gesto eclatante nei confronti di coloro che impedivano agli italiani dei territori di Istria e Dalmazia di esercitare il loro diritto all’autodeterminazione, diritto peraltro sancito nella dichiarazione del presidente americano Woodrow Wilson. Della Carta del Carnaro esistono due versioni, una, per così dire, più in prosa, elaborata dal sindacalista rivoluzionario e nazionale Alceste De Ambris, l’altra, decisamente più poetica, declamata, appunto, dal grande abruzzese Gabriele D’Annunzio. Cento anni nella storia di un uomo e anche di un Paese sono tanti, soprattutto oggi che viviamo in una costante e progressiva accelerazione; eppure la Carta del Carnaro si presenta, per molti versi, attuale e moderna. L’analisi del testo non è operazione semplice; è soprattutto complesso il tentativo di sintetizzare quanto D’Annunzio declama. Del resto, sarebbe anche un errore pensare di poter tradurre il pensiero del Poeta: in altri termini, la Carta del Carnaro, nella versione dannunziana, deve essere letta ed apprezzata, così come non si può pensare di conoscere Dante o Manzoni per averli studiati sul Bignami (o, più modernamente, su Wikipedia). È sufficiente citare un passaggio, contenuto all’interno della definizione delle Corporazioni, per comprendere quanto è profondo il pensiero di D’Annunzio: «La decima (Corporazione) non ha arte né novero né vocabolo. La sua pienezza è attesa come quella della decima Musa. È riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. È quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ànsito penoso e il sudore di sangue», è «Fatica senza fatica». La lettura della Carta del Carnaro nella versione di Alceste De Ambris, l’amico di Filippo Corridoni, ci restituisce una Costituzione, per molti tratti, moderna, con il suffragio universale senza distinzione di sesso, l’elettorato attivo e passivo a venti anni, una forte rappresentanza del mondo produttivo e del lavoro con la previsione del Consiglio Economico. Ogni carica politica è elettiva, comprese quelle del potere esecutivo, è a tempo e non può esistere il politico di professione. Su un punto si insiste in continuazione: il diritto all’istruzione di mazziniana memoria.