di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Stiamo perdendo una generazioni di giovani, mentre al Paese mancano le professionalità
Durante il picco della pandemia, ci hanno raccontato che tutto sarebbe andato bene, che saremmo diventati più buoni e solidali, dentro e fuori le mura domestiche. Oggi che il virus viaggia ad una velocità diversa (permettetemi, a tal proposito, di rinnovare gli auguri di pronta guarigione al presidente Silvio Berlusconi), scopriamo che le cose, alla fin fine, non sono poi così cambiate rispetto all’inizio dell’anno. Ad esempio, si parla molto di scuola, ma in termini che ricordano troppo da vicino quelli del pre Covid-19; non tanto, quindi, dei programmi e della crescita culturale e sociale degli allievi e delle allieve, quanto, piuttosto, delle problematiche dei genitori. Tutto buono e giusto, per carità, in quanto in assenza di politiche di conciliazione sono soprattutto le mamme a pagarne le conseguenze, però rimane sempre quello sgradevole retrogusto che fa somigliare la scuola ad un parcheggio, senza renderci conto del danno formativo e relazionale che si sta causando ad una generazione di adolescenti, molti dei quali si ritroveranno ad affacciarsi fra una decina di anni nel mondo del lavoro con competenze insufficienti. Sorprende, in un tale scenario, l’incredibile silenzio intorno all’Università. Nelle scorse ore, abbiamo visto le immagini dei 66mila candidati ad accedere al corso di medicina, file che nei prossimi giorni si ripeteranno per farmacia e altre facoltà. Tanta fiducia nei volti di questi giovani italiani, alle prese con gli astrusi test di accesso alle Facoltà. E qui si apre una questione di fondo. Per anni, si è detto che il numero chiuso era funzionale alle prospettive occupazionali: tanti entrano, tanti escono, con, in entrata, qualcuno in più per sopperire alla naturale scrematura di chi inizia il percorso di studio, senza, però, concluderlo. Poi, succede che il Paese viene investito dallo tsunami dell’emergenza epidemiologica e scopriamo che mancano medici ed infermieri, tanto che siamo costretti a richiamare in servizio chi era già in pensione, a rischio della loro personale incolumità, visto la condizione di fragilità, o rivolgersi all’estero, con dei team arrivati anche da Cuba e dall’Albania. Ma non sono soltanto gli ospedali ad essere andati in sofferenza. L’Inps si è imballata, e non soltanto per questioni meramente burocratiche, come pure gli enti locali. Manca di tutto nel nostro Paese: ingegneri, esperti informatici, bravi amministrativi, tecnici capaci di fare un progetto, anche di infrastruttura sociale, insegnanti. Preoccupa il silenzio assordante intorno all’Università, un silenzio che fa male, come canta l’ultimo vincitore del Festival di Sanremo, con il ministro Gaetano Manfredi rimasto nell’ombra, non sappiamo quanto volutamente, e la sua collega Lucia Azzolina che continua a passare da una polemica all’altra.