Marche e Puglia non accettano imposizioni da Roma

Sono lontani i tempi nei quali, a cavallo di Ferragosto, gli italiani dovevano preoccuparsi esclusivamente di una cosa: l’aumento del costo della benzina per i balzelli che, inevitabilmente, il governo di turno si preoccupava di aggiungere, sotto forma di accise, in quei giorni. Ai tempi del Covid-19, è cambiato tutto. Così, mentre la ministra dell’istruzione, Lucia Azzolina, si dice sorpresa del fatto che i presidi e i dirigenti scolastici non ci stanno a fare da capri espiatori in vista della partenza del nuovo anno scolastico, sono stati sufficienti pochi giorni per certificare quello che, a tutti gli effetti, sembra l’inizio della fine del Movimento 5 Stelle, almeno di come abbiamo imparato a conoscerlo in questi anni, dai primi Vaffa-Day in terra d’Emilia e a Piazza San Giovanni a Roma. Con un voto bulgaro sulla piattaforma Rousseau, gli iscritti alla piattaforma stessa hanno posto fine alla loro presunta differenza genetica, abdicando in un solo colpo alle due loro caratteristiche principali: il vincolo dei due mandati politici e lo stop alle alleanze elettorali. Il Movimento si è fatto quindi Partito. Al netto di alcune motivazioni più o meno plausibili, ad iniziare da quelle avanzate dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi, che non vuole lasciare la città in mano agli altri, la realtà dei fatti non è sfuggita agli stessi militanti pentastellati che operano sul territorio. Non è un caso che dalle Marche e dalla Puglia, dove si vota a settembre, è giunto un no secco ad alleanze organiche con i Democratici. La cosa che conferma la normalizzazione del Movimento è che, per superare questi ostacoli, i vertici romani – si narra che siano molto attivi Vito Crimi, visto il mandato, e Luigi Di Maio, quale leader in doppio pectore – stanno pensando a nuovi candidati condivisi con gli esponenti del partito di Nicola Zingaretti; di certo, però, la credibilità di un candidato calato dall’alto a poche ore dalla presentazione delle liste è tutta da dimostrare e, soprattutto, è un durissimo colpo da digerire per le migliaia di militanti e simpatizzanti che, in lunghi mesi di opposizione, si sono battuti contro i governatori democratici. Ad oggi, non è dato sapere quale sia l’umore dei milioni di elettori del Movimento; presto, peraltro, ci sarà lo stop ai sondaggi in maniera ufficiale. Certamente, lo scenario che abbiamo davanti è quello di una formazione politica nata per cambiare l’Italia e che, invece, ha finito per diventare un partito di governo a qualunque costo, compreso quello di accettare una alleanza organica ad ogni livello con il Partito democratico, per lunghi anni individuato da Beppe Grillo fino all’ultimo degli iscritti come il male assoluto, quello delle decine di querele incrociate sul caso Bibbiano e, soprattutto, la quinta colonna di Bruxelles e della Commissione europea nel nostro Paese