di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Oggi, al Senato, non si sta decidendo solo della “sorte” giudiziaria di Matteo Salvini, ma si stanno compiendo scelte ben più importanti, capaci di influenzare il destino dell’intera nostra nazione. Lo sappiamo tutti, la concessione dell’autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega non è relativa a un episodio di malversazione o ad azioni poco chiare portate avanti per il proprio interesse personale, come a volte, purtroppo, accade in politica. Se sarà data l’autorizzazione, sotto processo andrà una linea politica. Il casus belli è infatti una decisione, conseguente a questa linea, portata avanti nell’esercizio delle sue funzioni da un ministro della Repubblica, alla luce del sole e con il supporto di un ampio mandato popolare. Il caso è quello della nave spagnola Open Arms, che tentava di portare illegalmente in Italia dei clandestini, nonostante il divieto di ingresso nelle nostre acque territoriali deciso dal governo italiano. Ne seguì un braccio di ferro, durato un paio di settimane e terminato con lo sbarco dei migranti, tra Ong e Governo, tra Stati europei, Spagna e Malta in primis, tra magistratura e politica e infine tra gli stessi componenti dell’esecutivo allora in carica, con la parte pentastellata che, a seguito della crisi di governo avvenuta proprio in quei giorni, con il cambio di alleanze e di linea politica, rinnegò le decisioni prese durante il governo Conte uno. Sotto processo non andrebbe quindi il solo Salvini, ma con lui la possibilità per l’Italia di decidere sovranamente di intraprendere una linea di rigore nei confronti dell’immigrazione irregolare di massa di migliaia di persone – la stragrande maggioranza delle quali sono migranti economici, che non fuggono da Paesi in guerra – che decidono volontariamente di imbarcarsi sulle navi degli scafisti per poi “naufragare” ed essere traghettate in Italia con l’avallo di una rete di Ong, spesso straniere, nella pressoché completa indifferenza di un’Unione non intenzionata a garantire concretamente i nostri confini, confini non solo italiani, ma anche europei. Sotto processo andrebbe la possibilità di contrastare, rispettando sempre i diritti umani, questa prassi illegale, che ormai da anni affligge economicamente e socialmente il nostro Paese. Un fatto inaccettabile anche perché segnerebbe il superamento di un confine fondamentale per la tenuta democratica del Paese, quello della separazione dei poteri. La magistratura non ha diritto di mettere sotto processo le scelte politiche del potere esecutivo e invece così sarebbe, per giunta con l’avallo del Parlamento. Non si tratta, infatti, con tutta evidenza, di una questione giudiziaria, nessuno può ritenere l’ex ministro colpevole di sequestro di persona, un reato gravissimo che nulla ha a che vedere con il caso specifico. Si tratta di una questione puramente e semplicemente politica, portata avanti da una parte ideologizzata della magistratura. Ovvero bloccare la possibilità di compiere scelte diverse nel campo delle politiche migratorie, per ragioni di appartenenza, come hanno confermato le intercettazioni sul caso Palamara. Per tutte queste gravissime ragioni, se l’autorizzazione sarà concessa, quella di oggi verrà ricordata come una pagina tra le più buie nella storia della nostra Repubblica.