di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL
Manca all’incirca un mese e mezzo alla fatidica data del 14 settembre. Quel giorno, a sentire il ministro Azzolina, le scuole in Italia dovrebbero riaprire. Come, ancora non è dato sapere. Nello sconcerto di presidi, insegnanti, studenti e genitori, preoccupati, questi ultimi, non poco dall’idea di dover conciliare gli orari ancora incerti delle lezioni con quelli di lavoro. Sappiamo che questa situazione è figlia della pandemia, ma soprattutto della gestione italiana della stessa, che ha imposto una rigorosa chiusura delle scuole anche quando praticamente tutto il resto riapriva. Ed ora c’è molta confusione su quali saranno concretamente i criteri di distanziamento da applicare alle scuole, se si dovranno usare locali alternativi e con quali norme, se ci saranno doppi turni, se ci sarà il “tempo pieno” oppure no e con quali conseguenze sull’organizzazione dei tempi delle città e del lavoro. Se riprenderà almeno parzialmente la dad, alla quale, come dimostrato durante gli scorsi mesi, non tutti gli insegnanti, le scuole, le famiglie, le aree del Paese sono pronte allo stesso modo, a causa del divario digitale. Ci sono anche le proteste dei mobilifici, quelli italiani, che dicono di non poter partecipare al bando di Arcuri che richiederebbe di produrre migliaia di banchi monoposto – investimento necessario e utile secondo il governo – in troppo poco tempo. La situazione sembra fuori controllo e non perché il ministro sia “donna, giovane e grillina” come ha affermato la Azzolina per rispondere alle critiche trasversali in un tentativo di autoassoluzione, ma più concretamente perché non sembrano esserci all’orizzonte idee chiare su come affrontare e risolvere i problemi vecchi e nuovi del sistema di istruzione italiano, dall’asilo all’università. Problemi strutturali, edifici da mettere in sicurezza, da modernizzare, da dotare di strumenti nuovi. Problemi relativi al personale, poco valorizzato, con troppe situazioni da chiarire fra precari laureati senza cattedra e non-laureati pronti per essere assunti. Problemi relativi ad un migliore raccordo fra scuola, università e mondo produttivo. La crisi della scuola italiana è profonda. Lo testimoniano i dati Istat che attestano che per livello di istruzione gli italiani sono fra gli ultimi in Europa: pochissimi i laureati, solo il 19,6% della popolazione a fronte di una media Ue del 33,2%. Pochi anche i diplomati: soltanto il 62,2% delle persone fra i 25 e i 64 anni, mentre la media Ue è pari al 78,7%. Non parliamo solo delle vecchie generazioni, ma anche dei più giovani, fra i quali ci sono moltissimi neet, ragazzi che non lavorano e non studiano. Alla radice del problema c’è un Paese che non crede più nella meritocrazia. Non c’è un contesto che spinga a prepararsi per poi, in base alle competenze ed alle abilità, trovare riscontri adeguati nel mondo del lavoro. L’ascensore sociale è bloccato, perché, quindi, investire nella formazione? Non ci credono le istituzioni che non danno spazio ed investimenti adeguati alla scuola, non ci credono più neanche i cittadini, che rinunciano a studiare ed a far studiare i propri figli, considerandolo un “sacrificio” inutile. Mettendo a rischio il futuro di un Paese noto nel mondo, da secoli, per la propria cultura.