di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Si dice che non tutto il male vien per nuocere e forse riusciremo a trarre qualcosa di positivo dalla tragedia, in termini di vite umane perse e di crisi economica, determinata dal Covid-19. Qualcosa di positivo che riguardi anche le relazioni industriali e il mondo del lavoro. E’ possibile, purché si abbiano principi e valori chiari da seguire, che permettano di compiere scelte consapevoli e ponderate. Da più parti, nel sindacato, ad esempio, si parla della necessità di un nuovo patto sociale, di nuove regole più giuste e inclusive. Se il segretario della Cgil, Maurizio Landini, propone di realizzare un nuovo Statuto dei Lavoratori che garantisca “tutti coloro che ricevono un salario per il lavoro che svolgono, indipendentemente dalla tipologia del rapporto di lavoro”, comprendendo quindi, oltre ai dipendenti, anche i lavoratori flessibili e le partite Iva, il numero uno della Cisl, Annamaria Furlan, si spinge oltre, chiedendo che si attui finalmente la partecipazione, rivendicando – addirittura – questo come un tema “fondativo” per la sua sigla di riferimento. Senza scendere in polemiche sterili, non sulla paternità di questa giusta e sacrosanta idea, piuttosto antica, ma quantomento, sul fatto di averla difesa sempre, e spesso contro tutto e contro tutti, noi dell’Ugl saremmo più che lieti se in Italia, dopo questa crisi, si iniziasse finalmente a discutere in modo serio di democrazia economica. Con il coinvolgimento anche delle rappresentanze delle altre parti sociali, delle piccole e grandi imprese che sarebbero necessariamente coinvolte in questo progetto, delle istituzioni che dovrebbero sostenerlo e supportarlo. Per l’Ugl, che ha sempre ritenuto la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese una ricetta giusta dal punto di vista sociale e conveniente da quello economico, l’idea di fondo è quella di un vero e proprio spirito collaborativo tra i produttori, fra coloro che credono nella nostra Nazione, quelli che lavorano e quelli che investono in Italia, quelli che, producendo e pagando le tasse qui, contribuiscono alla ricchezza e al benessere nazionale, entrambi figli della cultura che ha permesso lo sviluppo del Paese ed ha creato quelle conoscenze e quelle abilità capaci poi di tradursi in lavoro. Per questo servirebbe un patto complessivo, che coinvolga anche lo Stato in un progetto che comprenda la creazione di un contesto utile a una crescita sostenibile, in termini non solo di lavoro, ma anche di welfare, fisco, infrastrutture, istruzione e formazione, politiche energetiche, rispetto dell’ambiente, salvaguardia dei settori strategici – abbiamo visto ora il caso sanità, ma lo stesso vale anche per altri settori – e della produzione nazionale. In sintesi politiche economiche e sociali di lungo respiro. In questo contesto, l’idea partecipativa è il necessario obiettivo, la “meta sociale”, come ricorda anche il nome scelto per la nostra testata giornalistica. Partecipazione che per essere tale va necessariamente intesa come coinvolgimento non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto da quello fondamentale del processo decisionale.