di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Per il momento il motto non si è avverato. È senz’altro complesso valutare la gestione della pandemia dal punto di vista sanitario. Il mondo intero è stato colto di sorpresa da una malattia tanto pericolosa, per l’alto tasso di contagiosità, quanto sconosciuta. Restano le trentamila e cinquecento vittime ad oggi e i dubbi sulla gestione dell’emergenza in Italia: i controlli alle frontiere, le istituzioni delle zone rosse, i protocolli sanitari, i contagi nelle Rsa, la disponibilità di strumenti, attrezzature e personale. Restano anche molte questioni irrisolte a livello internazionale sul modus operandi di importanti attori come la Cina, l’Oms, l’Ue. Si poteva limitare in modo più efficace il contagio? Si poteva evitare un così alto numero di vittime? Oppure nel complesso è stato fatto il possibile? Materie delicate, domande importanti, alle quali prima o poi bisognerà dare delle risposte. Sono, invece, ben pochi i dubbi sulle capacità del governo e in generale delle istituzioni di affrontare in modo concreto e soprattutto rapido una questione molto più semplice, ma altrettanto drammatica: l’effetto economico e sociale del lockdown resosi necessario per impedire una diffusione a macchia d’olio del Covid-19. Siamo arrivati alla metà di maggio e la gran parte dei sostegni promessi, per quanto in molti casi insufficienti, non sono ancora arrivati ai destinatari. Per questi ritardi non ci sono giustificazioni che tengano. Di oggi una notizia riguardante la Regione Lazio: a fronte di 170 mila aventi diritto, solo 17 mila, il 10%, hanno ricevuto la Cig. Sempre oggi, uno studio di Save the Children ha calcolato che in Italia c’è un milione di bambini in più a rischio povertà assoluta, che aumentano le famiglie in difficoltà, costrette a ridurre perfino la spesa alimentare. Esempi, chiarificatori, di un disagio sociale in crescita. Le pressioni per le riaperture, gli scontri tra amministrazioni locali e centrali, le manifestazioni di protesta che si moltiplicano nonostante le rigide regole sul distanziamento, l’insofferenza sempre più diffusa, derivano, innanzitutto, da una gestione profondamente inefficace del sistema di protezione sociale. In alcune zone del Paese è ormai possibile far riprendere tutte o quasi le attività produttive con una ragionevole dose di tranquillità, purché rispettando le misure di protezione e distanziamento, ma è innegabile che la spinta ad una veloce riapertura derivi anche – se non soprattutto – dall’insostenibilità delle misure di lockdown in assenza di adeguati strumenti a tutela dei cittadini più deboli, dei lavoratori in cassa integrazione, dei piccoli imprenditori, delle famiglie in difficoltà. Finora, nonostante il fatto che, a fronte di simili inefficienze, non si riscontri molta autocritica nei nostri governanti, non si può certo dire che stia andando “tutto bene”.