di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Fra i vari argomenti che mettono in fibrillazione il governo, uno è quello che riguarda l’ingresso di rappresentanti dello Stato nelle aziende aiutate tramite fondi pubblici a superare la crisi. Il dibattito è esploso in particolare dopo alcune dichiarazioni del vice segretario del Pd, Andrea Orlando, poi costretto a spiegare che l’idea dei Dem non sarebbe quella di affidare allo Stato la governance delle imprese sostenute dagli aiuti pubblici, specie se a fondo perduto, quanto di controllare per un determinato periodo che le aziende stesse mantengano gli impegni presi in termini di tenuta dei livelli occupazionali, mantenimento dei siti produttivi in Italia, investimenti e sostenibilità. In effetti già in passato la questione era sorta in vari casi, a volte scottanti, di salvataggi e prestiti ponte. Nonostante gli interventi in difesa della sacrosanta libertà d’impresa, da parte di vari esponenti politici di partiti di maggioranza e opposizione, da Renzi a Calenda, non è certo sbagliato pretendere, come del resto fanno molti altri Stati europei, si pensi alla Francia, che le imprese aiutate dalla collettività restituiscano qualcosa alla propria nazione in termini di responsabilità sociale, altra cosa invece pensare di “politicizzare” le imprese. Occorrerebbe trovare un punto di mediazione che consenta, per le imprese più grandi e non certo per le piccole attività, di scongiurare un utilizzo improprio dei fondi ricevuti, evitando delocalizzazioni, emolumenti eccessivi per il management e quant’altro. Nel bailamme sorto sull’ipotesi dello Stato nei CdA, fra i vari interventi sulla materia ce n’è stato, poi, uno particolarmente interessante e condivisibile: quello dell’ex segretario del Pd Maurizio Martina, che ha richiamato un tema caro all’Ugl, quello della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Un sorprendente Martina ha infatti dichiarato: “Non credo che il tema sia la presenza dello Stato nei CdA, ci entrino i lavoratori, invece, sul modello tedesco”. Ecco, questa potrebbe essere una buona idea. Si dice che la crisi è anche un’opportunità e magari da una crisi come questa si potrebbero trarre benefici per ripartire nel segno di un’economia più attenta al valore del lavoro, iniziando proprio dalla partecipazione, perché, come ribadiamo da anni, sin dalla nostra fondazione, consente un legame più stringente fra azienda, lavoro e territorio, evitando molte delle storture del modello economico ultra-liberista. Siamo lieti di dare anche a Maurizio Martina il benvenuto fra i sostenitori della partecipazione, sperando che a sinistra si riesca finalmente a superare quell’ormai datata antipatia preventiva verso un modello, invece, capace di realizzare nel concreto una più democratica condivisione delle responsabilità, ma anche delle scelte e dei benefici, fra datori di lavoro e lavoratori. Meglio tardi che mai.