di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

I dati sono allarmanti: secondo alcune stime, i poveri nel nostro Paese prima della pandemia e del lockdown erano 14 milioni e potrebbero arrivare a 21. Cittadini più poveri in uno Stato più povero: l’economia ferma impoverisce non solo i singoli, ma l’intero Paese. Il prodotto interno lordo italiano è destinato a calare del 9%, si calcola che il rapporto tra debito e Pil italiano potrebbe superare il 160% nel 2020 e non scendere al di sotto del 145% nei prossimi anni. In questo modo diventa sempre più difficile pensare a misure di sostegno alla cittadinanza in difficoltà, in un circolo vizioso di recessione e impoverimento generale. Si vedono code di italiani, privi di risorse e poco convinti dalle proposte di un governo che suggerisce loro di indebitarsi ulteriormente per andare avanti e riuscire a pagare tasse e bollette, fare la fila davanti al Monte dei Pegni, a Torino come a Napoli, per vendere i gioielli di famiglia allo scopo di riuscire a tirare a campare un altro po’. Il timore è che anche l’intera Italia, la nostra nazione, con l’imminente riunione del Consiglio europeo si metta in una spirale di debito e vendita dei “gioielli di famiglia”, le infrastrutture, i settori appetibili, con le stesse prospettive di riscatto delle famiglie impoverite: ovvero, allo stato attuale, ben poche. Si ripropone oggi, in modo più drammatico e urgente, lo scenario che, ormai più di un paio d’anni fa, aveva portato allo tsunami elettorale del marzo 2018. Gli italiani, già allora esasperati e defraudati da politiche economiche improntate sull’austerity, volevano un drastico cambiamento. Chiedevano che il destino del popolo non fosse deciso sulla base delle alchimie della finanza internazionale, ma si fondasse su un patto collettivo di sviluppo sostenibile e giustizia sociale. L’esperimento politico scaturito da quelle elezioni è finito, molte cose sono cambiate, ma non è cambiata la necessità del popolo italiano di vedere finalmente avviate misure, economiche e sociali, nuove. Anzi, questo bisogno dopo la pandemia è diventato ancora più urgente. Certo, ora non sono ferme solo le imprese, sono anche impossibilitate le varie forme di mobilitazione politica volte a portare avanti le istanze popolari. Anche se chiusi nelle loro case e impauriti dal virus, gli italiani non possono, comunque, di nuovo assistere all’attuazione di politiche antisociali che porterebbero stavolta ad esiti ancora più nefasti. Siamo di nuovo a un bivio: da una parte le vecchie regole, adesso ancora più inattuabili e pericolose, dall’altra una nuova visione, un nuovo patto di solidarietà nazionale fondato sul sostegno all’economia reale, che incentivi la produzione e il lavoro, che difenda il welfare e i nostri beni e servizi strategici nazionali, al servizio del popolo e non dei potentati e dell’alta finanza.