di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
I dati dell’indagine Demoskopika, che hanno rilevato una considerevole discesa del numero degli iscritti ai sindacati, non possono non essere presi in considerazione da noi che abbiamo scelto il sindacato prima di tutto come missione.
Qualcuno avrà anche gioito di fronte a titoli come “Fuga dal sindacato”, una reazione che potrà dipendere da alcuni, non pochi, errori storici commessi dal sindacato confederale nel suo insieme ma anche da un difetto di prospettiva. Il calo più significativo avvenuto negli ultimi due anni non può non essere associato all’ultima e più insidiosa iniezione di precarietà infusa nel mercato del lavoro dalla famigerata, almeno per chi ha saputo-voluto leggerla, riforma del Governo Renzi, il Jobs Act. Quest’ultimo, come abbiamo sempre sostenuto fin dall’inizio, ha definitivamente sfigurato il contratto di lavoro a tempo indeterminato (sarebbe meglio chiamarlo solo a tutele crescenti) e quasi del tutto cancellato l’articolo 18. In una situazione del genere, davanti ad un mercato del lavoro che anche l’Ocse, e non una confederazione sindacale, ha definito “deteriorato” e al dilagare, quando va bene, dei contratti a tempo determinato, chi mai può tra i giovani avere il coraggio di iscriversi ad un sindacato o, peggio ancora, di fare il sindacalista? Forse solo un kamikaze o l’ultimo dei romantici ancora affezionato alle estenuanti battaglie sindacali, più asetticamente definite trattative, fino ad arrivare all’estremo sacrificio del proprio posto di lavoro. Siamo in piena crisi, dura da un decennio ormai e non accenna a risolversi da sola né ad essere risolta, non ci sono né spazio né forze per dedicarsi alla difesa dei diritti di tutti, solo a quella del proprio precario e instabile interesse. Onore e gloria, allora, a chi ancora resiste. E se resiste ancora più al Sud che al Nord dipende dal fatto che lì il sindacato fa ancora da baluardo all’assenza delle istituzioni, all’assenza del lavoro e delle attività economiche, conseguente ad un declino industriale, alla devastazione delle delocalizzazioni, che solo adesso, grazie al governo Lega-M5s, si sta pensando di arginare.
Questo il contesto, che meriterebbe ben altri approfondimenti. Non intendo sottrarmi alle responsabilità sindacali – forse non di tutti ma della maggior parte dei sindacati sì – e ad un onesto mea culpa. Per troppo tempo è stato commesso l’errore di pensare che bastasse salvare i lavoratori prima ancora del lavoro. Ore su ore di cassa integrazione hanno permesso di tamponare, sì, i periodi di crisi e la presenza dei lavoratori in fabbrica, ma non di guarire stabilmente il pessimo stato di salute di alcune aziende. I lavoratori non sono e non possono essere disgiunti dal lavoro e così anche il destino e le vicissitudini del sindacato non possono essere indipendenti dai due precedenti “fattori” umani e sociali.
Lo sanno molto bene coloro che in questi anni hanno elaborato le riforme del lavoro, tutte quante zoppe perché alle dosi di flessibilità non è stata aggiunta l’opportuna dose di sicurezza, cioè di welfare e di politiche attive del lavoro. Via via si è indebolito non il nostro mercato ma il nostro mondo del lavoro, perché è ancora così che preferiamo considerarlo.