di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
L’Italia da ieri ha voltato davvero pagina. Il governo nuovo, quello “gialloverde” guidato dal professor Conte e basato sull’intesa Lega-Cinque Stelle, non assomiglia a nessuno dei 64 esecutivi che finora hanno retto le sorti del Paese. Non a quelli a trazione democristiana della prima repubblica, certamente non ai governi a guida PD, al potere per complessivi 13 anni, passando da Prodi a Gentiloni, e nemmeno a quelli di centrodestra che sotto l’egida di Berlusconi sono stati a Palazzo Chigi per complessivi 9 anni. Sicuramente non a quelli tecnici alla Ciampi o Monti. Tutti i commentatori, almeno su questo, sono concordi. Qualcuno, osservando la novità, specie nelle redazioni dei giornali e nei salotti del potere, grida allo scandalo e tratteggia scenari apocalittici. Qualcun altro, più vicino ai sentimenti delle classi popolari, festeggia speranzoso il nuovo corso, con una partecipazione emotiva che da molto tempo la politica non riusciva più a suscitare. Anche all’estero, l’Italia è al centro dell’attenzione come non mai. Come Merlino nel famoso film Excalibur: “un sogno per alcuni, un incubo per altri”. Ma qual è la carica di novità di questo esecutivo –guidato da professori, alcuni dei quali ben introdotti nel sistema, politici noti da anni, persino un Generale dei Carabinieri e non certo, quindi, da pericolosi sovversivi – che lo rende capace di agitare tanto le paure e le speranze? A causa di una serie di fattori concomitanti, in queste convulse settimane di trattative e scontri politici, si è verificato ciò che in filosofia si chiama l’eterogenesi dei fini, ovvero «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». Alla vigilia delle elezioni, infatti, nessuno avrebbe potuto o voluto immaginare una simile evoluzione della vicenda. Era prevedibile un’alleanza al centro tra neoliberismo democratico e conservatore, oppure un’affermazione del centro-destra per come eravamo abituati a conoscerlo (e noi anche a sostenerlo), infine, persino, un monocolore grillino. Certo non un’alleanza fra la Lega di Salvini e il Movimento di Di Maio. È in un certo senso, con i dovuti distinguo e senza voler mancare di rispetto alle grandi figure politiche del tempo che fu, come se quarant’anni fa, per battere “il sistema”, si fossero alleati Almirante e Berlinguer. Perché se l’eredità della destra è rappresentata chiaramente da Lega e FdI, anch’essa infatti sembra ora coinvolta nel sostegno all’esecutivo, molta parte della sinistra contemporanea si riconosce oggi, sia a livello valoriale che elettorale, molto più nei 5 Stelle che nel PD, con buona pace di quelli che continuano nostalgicamente a cantare “bandiera rossa” mentre accettano supinamente che “il partito” abolisca l’articolo 18 o il diritto di andare in pensione ad un’età accettabile. Questo rende il caso italiano tanto unico. Ed ora attendiamo di vederli al lavoro.