di Fabio Verelli
Dirigente Confederale Ugl

Al Cnel è stato illustrato alle parti sociali il “Patto della Fabbrica del 9 marzo 2018”; un patto che, pur rappresentando una importante dichiarazione d’intenti verso il mondo politico che si appresta a governare il nostro Paese, stabilendo nuovi punti volti ad adeguare le relazioni industriali all’attuale scenario economico nazionale, poteva e doveva tracciare in maniera più approfondita il solco per una svolta epocale nel sistema sindacale e produttivo.
Era l’occasione per affermare, chiaramente, i principi della partecipazione diretta dei lavoratori agli utili aziendali, individuando anche dei meccanismi condivisi per inserire i dipendenti, tramite loro rappresentanti, nella responsabile gestione delle imprese, realizzando la pari dignità fra Capitale e Lavoro, principali fattori della produzione, in un nuovo contesto di sostenibili relazioni industriali.
Altro aspetto che si poteva valorizzare è quello del TEC (Trattamento Economico Complessivo) presente nel testo del Patto, collegandolo all’indicizzazione del costo della vita, in modo da garantire il potere di acquisto delle retribuzioni e concentrando, nel contempo, i rinnovi contrattuali verso il welfare, la sicurezza, la formazione professionale e la buona e stabile occupazione, per scongiurare, definitivamente, ogni mortificante forma di precariato.
Insomma, molti altri contenuti si potevano prevedere in un simile accordo e, invece, rischiamo di trovarci dinanzi ad un testo sindacale importante ma incompiuto, che probabilmente darà poche certezze ai lavoratori e, forse, anche alle stesse aziende.