Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato, alla fine, non muta di troppo. La progressiva precarizzazione del lavoro in Italia è la costante degli ultimi anni. Prima la crisi e poi il Jobs act hanno accentuato una tendenza già in atto, amplificandola al massimo, tanto che oggi i nuovi posti di lavoro sono in larghissima parte con la scadenza. L’ultima certificazione arriva dall’Inps, attraverso l’analisi dei flussi in entrata ed in uscita contenuti nelle dichiarazioni Uniemens presentate dalla aziende. Le immissioni aumentano, ma decisamente di più per tutte le varie componenti a tempo determinato. A fronte di un apprezzabile aumento del contratto a tempo indeterminato (+11,9%), cresce il ricorso ai contratti a tempo determinato (+18,3%), di lavoro stagionale (+18,5%), in somministrazione (+26,8%) e nella tipologia ad intermittenza (+83,6%). Le misure adottate con la recente legge di bilancio, potrebbero aver convinto una parte delle aziende a trasformare in tempo indeterminato una parte dei contratti a tempo determinato già in essere, ma la cosa che preoccupa è il crollo delle conferme dei contratti di apprendistato al termine del periodo formativo (-21,1%). Nello stesso periodo, crescono anche le cessazioni (+15,9%). I dati Inps sembrano infine confermare la marginalizzazione del lavoro occasionale: i lavoratori coinvolti sono poco più di 15mila fra le aziende e circa 3.500 nelle famiglie.