di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il guaio delle statistiche è che ognuno le interpreta come meglio crede, ma stavolta cercare di far passare per positivi i gli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro in Italia sembra proprio un’impresa impossibile. Si registra, infatti, un allarmante incremento del tasso di disoccupazione, in risalita a gennaio e complessivamente quasi raddoppiato rispetto al periodo pre-crisi, dal 6,1% del 2007 all’attuale 11,1% di gennaio 2018. Ciò significa, in parole povere, che nel nostro Paese ci sono attualmente 2 milioni e 882mila disoccupati, espulsi o mai entrati nel mondo del lavoro a causa della crisi e di politiche economiche, industriali ed occupazionali che in questi anni non sono riuscite a risolvere la situazione, con conseguenze negative non solo per le famiglie e per i giovani ma, più in generale, per l’intera economia italiana. Il lieve aumento dell’occupazione, pari a 25mila unità, va analizzato con attenzione: la crescita, debolissima, è trainata esclusivamente dai contratti a termine, dato che diminuiscono sensibilmente gli occupati con contratto a tempo indeterminato – 12mila in meno – e gli indipendenti. Tocchiamo così il record assoluto di precari, con un numero di dipendenti a termine pari a 2,91 milioni. A dimostrazione che i dati sull’occupazione confondono il lavoro vero con la «gig economy» del precariato, si nota che l’occupazione cresce per i giovani e le donne, categorie ingiustamente deboli nel mercato del lavoro e spesso occupate in forme di lavoro meno stabili e remunerative, mentre cala per gli uomini e nelle classi di età centrali tra 25 e 49 anni. Per quanto riguarda la componente femminile, se l’occupazione sale al 49,3% è soprattutto conseguenza della diminuzione del tasso di inattività, al 43,7%, minimo storico, segno che sono sempre di più le donne che decidono di partecipare attivamente e cercare un lavoro. Sempre poche, però quelle che lo trovano, con un tasso di occupazione femminile che in Italia resta lontanissimo, 20 punti percentuali in meno, da quello dei concittadini uomini e allo stesso modo molto inferiore rispetto alla media europea che supera il 62%. Il complesso dei dati, come ben sappiamo, risente poi delle riforme previdenziali che hanno trattenuto al lavoro i più anziani, che avrebbero dovuto già essere in pensione. Un quadro preoccupante.

Gli effetti delle politiche del centro-sinistra

«Questa è la triste eredità di un Governo ballerino a guida centro-sinistra che ha solo aggravato la situazione, senza provvedere a riforme industriali concrete, volte a rilanciare il tessuto imprenditoriale del Paese. Per questo, auspico che il prossimo Governo, ormai alle porte, ponga tra le sue priorità la lotta contro la disoccupazione, in particolare giovanile, prevedendo nuovi incentivi per le imprese e favorendo la formazione professionale dei lavoratori al fine di renderli più competitivi sul mercato del lavoro».