Da uno studio del 30 giugno 2017 a cura del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Commercialisti ed Esperti contabili è possibile ricavare alcuni dati interessanti per comprendere la dimensione dello stato di salute degli enti locali.
La situazione attuale degli Enti Locali in Italia vede 67 enti locali considerati deficitari, 151 in predissesto, 107 in dissesto.
È l’articolo 242 del Tuel a determinare quali siano i parametri per considerare strutturalmente deficitari gli enti locali e sono quelli che presentano «gravi e incontrovertibili condizioni di squilibrio rilevabili da un’apposita tabella da allegare al rendiconto della gestione, contenente parametri obiettivi dei quali almeno la metà presentino valori deficitari».
La definizione e l’aggiornamento di tali parametri (dieci in tutto) vengono aggiornati ogni tre anni con decreto ministeriale, ogni Ente locale ovviamente presente più parametri in condizioni di dissesto. Vengono definiti “effettivamente deficitari” gli enti che presentano almeno 5 parametri su 10. Dei 67 deficitari, escludendo i 21 “automaticamente deficitari”, tutti presentano cinque o più parametri “positivi” e sono quindi da considerare in condizione di deficitarietà strutturale. Gli indicatori maggiormente ricorrenti sono 3 (P2, P3 e P4) e l’articolazione territoriale degli enti locali che presentano deficitarietà suddivisi per Regione vedono in testa la Sicilia con 24 enti, la Calabria con 13, la Campania con 10, la Sardegna con 1 ma anche la meno scontata presenza del Nord e in particolare del Piemonte con 3 el, la Lombardia con 3, il Veneto con 2, mentre il Lazio con 6. In ogni caso il fenomeno che globalmente riguarda 10 regioni è maggiormente concentrato in quelle del Centro e del Sud.
Nelle regioni del Nord Ovest (Liguria e Valle d’Aosta), del Nord Est (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Emilia Romagna) gli enti presentano bilanci mediamente sani mentre in Campania, Calabria e Sicilia concentrano l’ampia maggioranza dei casi ospitando l’80% degli enti deficitari. Il 60% degli enti che si trovano in situazioni di deficitarietà è concentrato nelle classi demografiche con popolazione inferiore ai 5000 abitanti, di cui il 40% è rappresentato da enti con popolazione di 2000 abitanti. Il restante 40% è concentrato nelle classi demografiche tra i 5000 e i 60 mila abitanti.
Gli enti locali in predissesto sono quegli enti in crisi strutturale che possono però evitare la dichiarazione di dissesto finanziario presentando un piano di riequilibrio pluriennale, eventualmente assistito da un’anticipazione finanziaria da pare dello Stato (attraverso il Fondo rotativo) che prevede un incremento automatico delle entrate attraverso l’aumento automatico, ai fini dei massimi livelli, delle aliquote dei tributi locali e una riduzione delle spese con obiettivi minimi di risparmio concentrati sul versante delle uscite correnti. Una normativa introdotta per evitare la diffusione di dichiarazioni di default a livello locale che avrebbero riflessi sul rating e quindi sulla sostenibilità del debito pubblico nazionale in una fase di grave crisi della finanza pubblica. Sono 151 gli enti locali in predissesto, si passa in termini percentuali da una presenza di enti locali in predissesto classificati per regioni che vedono la Sicilia al 20%, la Basilicata all’11%, la Puglia al 13% e la Lombardia al 9%, una comunque ragguardevole percentuale se si pensa che la Calabria è al 4% e la Campania, insieme al Molise, al 3. La Toscana anche con un 5% di enti locali in predissesto e il Lazio al 7%. In ogni caso il fenomeno è più concentrato globalmente nelle regioni del Centro (11%) e del Sud (59&%) ma il Nord di certo non ride con il suo 12%. Il 34% degli enti locali in predissesto è concentrato nelle classi demografiche con popolazione inferiore ai 5000 abitanti (di cui il 15& con enti di popolazione inferiore ai 2000 abitanti), mentre il 58% raggruppato nelle classi di popolazione compresa tra i 5000 e i 60.00 abitanti. Solo il 7% tra i 60.000 e i 250.000 abitanti. L’unico ente in predissesto con popolazione superiore ai 250.00 abitanti è Napoli.
Ai sensi dell’art. 244 del Tuel (Testo unico Enti locali) un ente è in stato di dissesto quando «non può garantire l’assolvimento di funzioni e dei servizi indispensabili» (incapacità funzionale) oppure «esistono nei confronti dell’ente locale crediti liquidi ed esigibili di terzi cui non si possa fare validamente fronte» (insolvenza). Sono situazioni logicamente collegate ma che non possono essere equiparate anche per le conseguenze che ne derivano. Nello studio si rileva la ripresa del numero di dichiarazioni di dissesto negli ultimi anni.
I Comuni maggiormente dissestati si concentrano in 11 regioni e sono maggiormente diffusi al Sud e nelle Isole. In alcune regioni del Nord Ovest, del Nord Est e del Centro non si rilevano situazioni di default, mentre al Sud (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) rappresentano un’area grigia che incorpora il 92% degli enti dissestati, molti dei quali ormai cronici. Il 40% degli enti in dissesto è concentrato nelle classi demografiche con popolazione inferiore ai 5000 abitanti (il 17% è rappresentato da enti con popolazione inferiore a 2000 abitanti), mentre il 55% è raggruppato nelle classi con popolazione compresa tra i 5000 e i 60000 abitanti. Nelle classi demografiche con popolazione compresa tra i 60 mila e i 250 mila abitanti è incluso il 5% degli enti in dissesto.
In conclusione la situazione di crisi finanziaria è diffusa soprattutto nelle regioni del Sud (42% deficitari, 59% predisse sto, 70% in dissesto) e nelle Isole, in particolare in Sicilia (37% enti deficitari, 19% in predisse sto, 21% in dissesto) e concentrata soprattutto in enti di piccole dimensioni.