L’Istat oggi riferisce che nel mese di agosto l’indice destagionalizzato della produzione industriale ha registrato un incremento dell’1,2% rispetto a luglio; indice che aumenta fino al 5,7% in termini tendenziali ovvero rispetto all’anno precedente con lo stesso numero di giornate lavorative. nella media del trimestre giugno-agosto 2017 la produzione è aumentata del 2,2% nel confronto con il trimestre precedente.
Sul mese i settori che hanno dato la migliore performance sono l’energia, i beni intermedi e i beni strumentali, male il comparto dei beni di consumo (-0,5%); sull’anno bene energia e bendi di consumo.
Ma ci sono dei dati in controluce e sono quelli della Fondazione Di Vittorio della Cgil che oggi nel suo secondo rapporto “Lavoro e capitale negli anni della crisi” ci racconta come “in Italia la crisi è stata più lunga a causa delle misure di austerità che hanno penalizzato la domanda interna e determinato un generale arretramento della nostra economia, il cui peso all’interno dell’eurozona tende a ridursi progressivamente”. Ecco il punto: “La ripresa in atto è accompagnata peraltro dalla stagnazione dei salari e non si vedono, al di là dei risultati transitori di incentivi occasionali, gli effetti di stabilizzazione promessi dalla riforma del lavoro”.
I numeri dicono che in Italia il calo del Pil è stato più forte della media Ue e la ripresa è più lenta: nel 2016 si pone ancora sotto (-7%) il livello pre-crisi (2007). Andando a guardare gli altri Paesi per Francia e Germania nel 2016 il valore del Pil supera, rispettivamente, del 5,2% e del 9,4% quello del 2007. Anche la Spagna, che pure ha sofferto, nel 2016 ha recuperato quasi completamente (-0,5% sul 2007). Le
proiezioni indicano il Pil italiano nel 2018 ancora cinque punti sotto il valore 2007. In Italia inoltre “i consumi sono ancora del 4,7% sotto il valore del 2007. Una tendenza destinata a proseguire nelle proiezioni per il 2018”.
I “veri problemi” del nostro Paese si chiamano, dunque, “investimenti”, nel senso sia dell’incapacità da parte dei governi italiani di realizzare una politica economica finalmente espansiva sia delle imprese di puntare su ricerca, innovazione, invece che sul contenimento del costo del lavoro.
Tutto torna, insomma, con quello che l’Ocse ha detto una settimana fa ovvero che addirittura negli ultimi quindici anni, non dieci, la performance economica dell’Italia è apparsa “piuttosto fiacca”: a fronte dei “miglioramenti nei tassi di occupazione, la
produttività è rimasta stagnante, anche a causa di un livello di competenze relativamente basso, di una debole domanda di competenze avanzate e di un uso limitato delle competenze disponibili”.