di Claudia Tarantino

C’era una volta il risparmio. Quella quota del reddito familiare che veniva diligentemente messa da parte dalle famiglie italiane pensando al futuro.
Oggi potremmo definirlo ‘questo sconosciuto’, perché sono purtroppo molto poche le famiglie che ancora riescono a mettere da parte qualcosa tanto che, secondo un’analisi di ImpresaLavoro, quello che è sempre stato “un fiore all’occhiello del nostro sistema finanziario” nonché “simbolo della laboriosità e della capacità di risparmio degli italiani”, è rimasta ora solo una prerogativa del Nord e di quei nuclei in cui il capofamiglia ha più di 64 anni.
Non è difficile comprenderne le ragioni. Innanzitutto, le difficoltà economiche portate dalla crisi non sono state ancora superate e le politiche del lavoro di questi anni, poco incisive, non hanno migliorato i livelli occupazionali.
Inoltre, osservando le classi anagrafiche della distribuzione della ricchezza, emerge chiaramente che questa “decresce con l’abbassamento dell’età del capofamiglia”, a conferma quindi che le famiglie oggi si sostengono grazie alle pensioni dei nonni o dei genitori anziani, mentre i giovani fanno una gran fatica ad accumulare risparmi, con impieghi precari e poco remunerativi.
Infine, come sostenuto da ImpresaLavoro, “la ricchezza delle famiglie italiane viene trattata dallo Stato come un bancomat al quale attingere spesso e volentieri”.
E così, mentre negli ultimi dieci anni il volume delle attività finanziarie detenute sotto varie forme dalle famiglie degli altri Stati europei è cresciuto in maniera considerevole, fino addirittura a raddoppiare in alcuni Paesi dell’Est, l’Italia conquista il penultimo posto, segnando nel 2015 “una flessione dell’1,7% rispetto alla soglia di 4mila miliardi registrata a fine a 2006”.
Nello stesso periodo solo in Grecia è stata registrata una flessione superiore alla nostra (18,4%).
Per gli altri, volumi in aumento, dal 12,1% della Spagna al 31,6% della Germania, fino a cifre da capogiro come il +55,9% dell’Olanda e il +72,6% della Svezia.
Tornando agli ‘spiccioli’ del nostro Paese, lo studio della ripartizione geografica della ricchezza delle famiglie italiane negli ultimi 10 anni ha evidenziato “una maggiore concentrazione nel Nord Ovest (scesa peraltro dal 35,2% del 2006 al 34,6% del 2014) e nel Nord Est (scesa dal 31,9% al 28,0%). Rimasta sostanzialmente stabile nel Centro (dal 21% al 21,5%), questa è invece aumentata al Sud (dall’8,5% all’11,2%) e nelle Isole (dal 3,3% al 4,7%)”.
Anche qui, c’è poco da stupirsi, sia perché il Nord, che pure ha affrontato le difficoltà della crisi, aveva qualche strumento in più per fronteggiarla rispetto al Sud, da sempre svantaggiato, sia perché le politiche messe in atto in questi anni non sono state abbastanza incisive per far ‘recuperare terreno’ al Meridione.

Consumi, in ripresa solo in 6 Regioni su 20

Le famiglie italiane spendono in media ancora 1.500 euro in meno rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi e, dal 2014 in poi, la ripartenza dei consumi è stata profondamente diseguale sul territorio. Succede così – come evidenziato da un’indagine condotta da Confesercenti – che in Trentino si spendano 16.500 euro in più della Calabria, divario aumentato del 97% dall’inizio della crisi.
“Una recessione senza precedenti, – è il commento dell’Associazione – tecnicamente finita nel 2014 ma di cui, a tre anni di distanza, stiamo ancora pagando gli effetti e, viste le diverse dinamiche nei singoli territori, la crisi dei consumi ha contribuito ad ampliare i divari di spesa tra le varie Regioni d’Italia”.
La spesa delle famiglie, infatti, è tornata sopra i livelli del 2007 solamente in sei Regioni su venti: Trentino-Alto Adige (2.493 euro in più), Liguria (+1.026), Basilicata (+434), Valle d’Aosta (+389), Toscana (+377) ed Emilia Romagna (+89).
Le altre 14, invece, si trovano ancora in rosso, con livelli di spesa media inferiori a quelli del 2007.
“La maglia nera va alle famiglie umbre, la cui spesa media annuale, nell’ultimo anno disponibile, è stata inferiore di 5.711 euro al dato registrato nel 2007”. A poca distanza ci sono la Calabria (-5.628), il Veneto (-4.881), la Sardegna (-4.251), il Molise (-4.227) e le Marche (-4.037).
“Dopo le buone performance della produzione industriale e dei flussi turistici, – spiega Confesercenti – per confermare in pieno il ritorno alla crescita nostro Paese manca proprio la ripresa dei consumi delle famiglie. Che, come è evidente dai dati dell’indagine, non si è ancora materializzata nella maggior parte di Italia”.