di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

In questi giorni si parla molto di giovani e delle loro difficoltà nel costruire il proprio futuro. Non dobbiamo però dimenticare un’altra questione fondamentale per la società italiana, quella femminile, altrettanto decisiva per la crescita economica e la coesione sociale del Paese. Come ha sottolineato Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario, in Italia sono stati compiuti molti passi avanti nel contrasto al divario di genere, ma restano ostacoli da superare con urgenza. Uno dei principali riguarda le competenze e l’accesso alle professioni del futuro: le ragazze che si avvicinano alle discipline Stem sono solo il 16%, contro il 34% dei ragazzi. È, quindi, necessario promuovere l’interesse per scienza e tecnologia, affinché le donne contribuiscano da protagoniste alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, specie ora, data la trasformazione digitale, che, se adeguatamente governata, può offrire nuove opportunità, ma, in assenza di interventi mirati, rischia di ampliare ulteriormente le disuguaglianze, comprese quelle di genere. Sempre secondo la Fondazione Bellisario, infatti, il 29% dei lavori a prevalenza femminile è esposto ai rischi connessi alla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa, contro il 16% di quelli a prevalenza maschile. Proprio per questo, una formazione adeguata alle esigenze attuali e future del mercato del lavoro è essenziale per migliorare sia il livello occupazionale sia la qualità dell’occupazione femminile. Un altro aspetto fondamentale della questione, come l’Ugl ribadisce da tempo, è la conciliazione vita-lavoro: a frenare l’occupazione femminile contribuisce la distribuzione ancora squilibrata delle responsabilità familiari. In Italia lavora il 55% delle madri, quota che nel Mezzogiorno scende al 35,3%. Servono servizi per l’infanzia accessibili, misure efficaci di conciliazione nelle aziende e una maggiore condivisione dei compiti di cura all’interno delle famiglie. Non si tratta di questioni private, ma di priorità economiche e sociali, perché rinunciare alle potenzialità femminili nel mondo del lavoro comporta conseguenze per l’intero Paese in termini di reddito, consumi, contributi previdenziali, entrate fiscali. Il quadro si intreccia con l’emergenza demografica. In base ai dati l’Istat, nel 2025 le nascite sono diminuite ulteriormente, arrivando a 355.772, il 3,8% in meno rispetto al 2024, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Nei primi sette mesi del 2026, la tendenza è proseguita, con una diminuzione delle nascite dell’1,1% e una fecondità stimata in 1,13 figli per donna. Numeri che dipendono da incertezza lavorativa, difficoltà abitative e criticità nel conciliare lavoro e genitorialità. Politiche familiari stabili, servizi adeguati, formazione e pari opportunità di carriera devono procedere di pari passo, perché aumentare la partecipazione delle donne al lavoro significa affrontare una priorità economica e sociale centrale per il futuro del Paese.