In Europa persi in 10 anni dai 4 ai 6 milioni di posti di lavoro
Non si fa altro che parlare dei posti di lavoro che l’AI potrebbe cancellare, meno di quelli che sono stati già cancellati e non per l’intervento dell’intelligenza artificiale.
Nel corso di un convegno di Fondazione Giorgio Napolitano e Luiss, dal titolo “Quale Europa di fronte alle sfide globali?”, Antonio Gozzi, Presidente Federacciai e Vice Presidente di Confindustria con delega all’Autonomia Strategica Europea, Piano Mattei e Competitività, ha dichiarato che: «Negli ultimi 10 anni, soprattutto in Europa occidentale (che poi è stata un po’ compensata dalla crescita occupazionale nei paesi dell’Est e nei servizi), si sono persi dai 4 ai 6 milioni di posti di lavoro nell’industria, soprattutto nell’industria di base, di cui poco si parla». Neanche a dirlo, «i settori più colpiti naturalmente sono i settori manifatturieri di base: il siderurgico, la chimica, il cemento, il vetro, la carta». Anche Il Sole 24 Ore di oggi riporta questa sconfortante e limpidissima – cioè non caratterizza da posizioni ideologiche – disamina che spiega cosa è successo negli ultimi 10 anni. Non è un sindacalista a parlare e neanche un estremista e, nonostante ciò, non è neanche velato il richiamo ad una sovranità economica che deve passare necessariamente per la difesa delle filiere di base. Infatti, «acciaio, chimica, carta, cemento e vetro restano essenziali per un’economia sovrana europea». Noi sappiamo che fine sta facendo la siderurgia italiana, anche per cause endogene, e quella europea, caratterizzata da forte debolezza e contrazione, con volumi produttivi ai minimi storici a causa della sovraccapacità globale e della concorrenza asiatica. Ricordiamo che la siderurgia è fondamentale perché produce il materiale base e il motore strutturale di gran parte della produzione manifatturiera, delle infrastrutture e dei trasporti a livello globale.
Quali sono le cause che hanno schiacciato l’industria? Ben tre: «Mercatismo estremo», «estremismo ambientalista» e una «finanziarizzazione estrema che si è unita anche al tema ambientale», con la «speculazione finanziaria sugli Ets». Un giudizio negativo, dunque, su tutta la linea in merito alle scelte operate da Bruxelles in questi dieci anni. A pesare, certo, anche il costo dell’energia, le materie prime critiche, la concorrenza della Cina («ormai esportano prodotti anche di alta qualità tecnologica e a prezzi mediamente inferiori dei concorrenti europei tra il 30 e il 50 per cento») e l’iper-regolazione europea. Federacciai chiede «misure sofisticate che partono dalla mappatura delle dipendenze strategiche per cercare di diminuirle», anche con l’obiettivo di guadagnare tempo per ricostruire le filiere logistiche e produttive europee. Non manca un richiamo al rapporto fra industria ed Europa con la richiesta esplicita di un «cambio radicale di pagina», «una battaglia culturale che fino ad oggi non è stata fatta».