di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Una delle questioni più urgenti da risolvere nel nostro Paese, come noto, è quella giovanile. In questo ambito si colloca anche il problema della cosiddetta “fuga dei talenti”, la vasta quota di popolazione nella fascia d’età tra i 18 e i 39 anni, spesso con livelli di istruzione elevati, che decide di trasferirsi all’estero in cerca di migliori opportunità di vita e di lavoro. Dalle pagine di Italia Oggi Sette, sulla base di una ricerca condotta dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro e dal Cnel, arriva una buona notizia: negli ultimi 5 anni, quindi nel periodo 2021-2025, il numero dei giovani che, dopo un’esperienza all’estero, ha deciso di tornare stabilmente in Italia è aumentato. Confermando una tendenza che dura da tempo, con una percentuale sempre maggiore di under-39 trasferitisi all’estero che torna sui propri passi e rientra in Patria. Come certifica la stessa analisi, se nel quinquennio 2011-2015 sono rientrati 26 giovani ogni 100 expat, corrispondenti a 51mila persone circa, e nel periodo 2016-2020 la percentuale è aumentata arrivando a 31 su 100, pari a 97mila, ora, tra il 2021 e il 2025, il rapporto è diventato di 40 ogni 100, per un totale di 129mila. Sono stati 24mila solo l’anno scorso, con un aumento del 3,7% rispetto al 2024. Un fenomeno incoraggiante, ma da interpretare con cautela, perché ancora oggi la quantità dei rientri non riesce a bilanciare quella delle partenze. Ne deriva una grave perdita per la nostra società: nel mondo del lavoro in termini di competenze e capacità di innovazione e, ampliando lo sguardo, nella comunità in generale, dal punto di vista dei consumi interni, del contributo al sistema fiscale e previdenziale e da quello culturale e sociale e anche, infine, nell’ambito demografico. Prendendo atto dei segnali positivi, resta, quindi, aperta la sfida di riuscire a rendere il Paese maggiormente attrattivo per i nostri ragazzi. Fra le cause dei rientri, i legami familiari e amicali, la nostalgia per la nostra qualità della vita e anche la tassazione agevolata temporanea per i talenti di ritorno. Interessante un altro elemento della ricerca: fra i giovani rientrati in Patria, oltre un quinto, il 22,9%, ha mantenuto lo stesso lavoro che svolgeva all’estero, in molti casi usufruendo del lavoro da remoto, mentre un altro 25,7% prima di tornare ha trovato un’occupazione in Italia, decidendo il trasferimento solo a fronte di prospettive certe. Alla base delle partenze, invece, restano soprattutto le retribuzioni più elevate, ma anche le maggiori opportunità di lavoro adeguate alle proprie competenze e aspirazioni che si trovano all’estero. Dall’analisi emergono, quindi, gli elementi prioritari per contrastare la fuga dei talenti: recuperare il potere d’acquisto dei redditi da lavoro da un lato, favorire la meritocrazia e sbloccare l’ascensore sociale dall’altro.