AI, prima la creano e poi la disconoscono
Dobbiamo crederci o dubitare? «Ucciderà l’umanità entro il 2030». Con queste parole – riporta il Financial Times, rilanciato dalle nostre agenzie di stampa – Jacob Coxon, ricercatore britannico di 27 anni, in forza a Anthropic, società americana di pubblica utilità nel settore dell’AI, si è dimesso, avvertendo che la corsa alla creazione di una superintelligenza capace di auto-migliorarsi potrebbe distruggere l’umanità. Il giovane ingegnere, ma sarebbe meglio chiamarlo scienziato, è convinto che Anthropic e la sua principale concorrente, OpenAI, stiano «giocando d’azzardo» con il futuro dell’umanità. Dobbiamo credergli o dobbiamo pensare che, spesso, il genio si accompagna alla follia o che una simile responsabilità, cioè essere uno dei fautori di una delle scoperte più rivoluzionarie che segnerà inevitabilmente l’umanità, è troppo grande da portare?
Coxon non è il primo. Diversi sono stati quelli che deciso di abbandonare la loro avveniristica avventura, allarmati dalla potenzialità dei sistemi. Geoffry Hinton, considerato uno dei fautori dell’AI moderna e vincitore di un premio Nobel, nel 2023 ha lasciato Google per poter parlare liberamente dell’impatto dell’intelligenza artificiale e prevedendo, a sua volta, il rischio di estinzione per il genere umano; Ilya Sutskever co-fondatore e capo scientifico di Open-AI ha lasciato l’azienda per creare una startup che si occupasse sempre di AI ma in modo sicuro; molte le dimissioni tra persone addette e operative nei sistemi di sicurezza; altri due dipendenti di Anthropic, Evan Hubinger e Mrinank Sharma, hanno lasciato la società per le conseguenze che una AI incontrollata potrà rappresentare per l’intera umanità. Ben due lettere-appello sono state scritte rispettivamente da un gruppo di centinaia di scienziati del settore e da 1300 dipendenti e ricercatori per avvisare l’opinione pubblica dei rischi enormi a cui stiamo andando incontro. Per il gruppo di scienziati, si equipara, addirittura, il rischio dell’AI a quello di una pandemia o di una guerra nucleare.
Ancora più eclatante, il fatto che un precursore dell’intelligenza artificiale come Bill Gates – forse bisognoso di recuperare rispettabilità dopo lo scandalo dei file Epstein – abbia messo in guardia il mondo intero dai rischi provenienti da una transizione tecnologica troppo rapida e non gestita, facendo appello ai governi e immaginando una tassa sull’AI per rallentarne l’impatto sociale.
Quello che viene da chiedersi non è soltanto «e se avessero ragione?», ma, partendo dal fatto che hanno ragione, come potremmo rallentare la corsa dell’AI?