La trovata di Bill Gates: tassare l’AI
Eppure, anche lui con Microsoft si è rifugiato nei paradisi fiscali…
È tutta filantropia o c’è dell’altro? Mentre in Europa restano ancora un miraggio i tempi per la creazione di una OpenAi europea, negli Stati Uniti “un certo” Bill Gates, il padre di Microsoft e precursore dell’intelligenza artificiale, ha proposto l’introduzione di una tassa specifica sull’utilizzo dei robot e sui token di intelligenza artificiale (unità di elaborazione dati dei sistemi di IA) per compensare la perdita di posti di lavoro e riequilibrare il sistema fiscale. Negli Stati Uniti le tasse si pagano, ma non sono molto amate. Eppure, Gates sembra essere molto convinto di quello che afferma: siamo in presenza di una vera e propria distorsione fiscale, che vede il lavoro umano soggetto a tasse, mentre “le macchine” e i sistemi di intelligenza artificiale, con cui le aziende sostituiscono forza lavoro, godono di un regime fiscale che ne prevede la deduzione delle spese dai costi aziendali. Di fronte a disoccupazione di massa e crisi economica, rischi per la sicurezza globale e bioterrorismo, impatto psicologico e sociale, mancanza di regolamentazione (negli Usa, ovviamente), perché non prevedere una tassazione per l’AI con lo scopo di contenere l’utilizzo e le conseguenze?
Vale la pena rifletterci sopra, anche se lo stesso Bil Gates negli anni ’80 ha fatto scuola, insegnando a tutti (Apple, Google, Meta, Amazon), grazie a meccanismi come il “sandwich olandese” (strategia di pianificazione fiscale internazionale) o il “doppio irlandese” (schema di elusione fiscale internazionale), di far migrare i fatturati delle società verso paradisi fiscali, lasciando tra le voci tassabili negli Usa soltanto briciole.