di Francesco Paolo Capone

I segnali purtroppo ci sono. Con un tasso di inflazione che, nell’Eurozona, è salito al livello massimo da tre anni attestandosi al 3,3% ad agosto 2026 su base annua, è probabile che la Bce possa arrivare a decidere di procedere subito – il 10 settembre – ad una stretta dei tassi di interesse, probabilmente, dello 0,25%, come già aveva fatto a metà giugno (il primo dopo tre anni). Ricordiamo che nel 2023 i tassi avevano raggiunto il loro massimo storico (4% sui depositi), per contrastare un tasso di inflazione nell’eurozona tra 5,5 e il 6,1%. Dopo di che è iniziata una serie progressiva di otto tagli, per contrastare gli effetti collaterali della medesima stretta che aveva generato un rallentamento complessivo della crescita economica, con mutui soprattutto variabili e prestiti personali diventati insostenibili.
Un tasso di inflazione, passato in un solo mese, agosto 2026, dal 2,9 al 3,3% fotografano famiglie, pensionati e lavoratori in una condizione a dir poco scomoda. Non va meglio per le imprese che, veniamo a scoprire oggi, hanno assistito a luglio 2026 ad una crescita dei prezzi alla produzione dell’industria del 2,4% su base mensile e del 7,8% su base annua (+5,8% a giugno 2026). Una “stretta”, di fatto, già esiste, perché acquistare e/o investire con prezzi così elevati è una vera e propria sfida. Se dovesse aumentare anche il costo del denaro, diretta conseguenza di una stretta sui tassi di interesse, la pressione salirebbe ancora di più e a rimetterci sarebbe la crescita. Conseguenza, quest’ultima, che l’Europa non può permettersi a fronte dell’ingente debito condiviso rappresentato dal Pnrr, ormai agli sgoccioli, che tanti benefici fino ad oggi era riuscito a produrre. Richiamo di vanificare i risultati ottenuti.
Tutto è cambiato e sta velocemente cambiando, dunque sarebbe opportuno che le Banche Centrali e, in particolare, quella Europea rivedessero, ancora una volta ma in modo più coraggioso, quel parametro (tra l’altro non derivante da un modello matematico) del 2% per stabilire se sia necessario o meno intervenire sull’inflazione, contenendola attraverso la politica monetaria e quindi l’innalzamento dei tassi di interesse.
L’impostazione fortemente anti-inflazionistica della Bce, ereditata a suo tempo dalla Bundesbank, mostra i segni del suo tempo di fronte alle guerre ibride, ai conflitti in Medio Oriente, alla crisi dello Stretto di Hormuz, alle politiche commerciali incrociate a suon di dazi, alla necessità per l’Europa di investire una parte ingente dei suoi bilanci in Difesa.
La perdita di credibilità in cui le Banche centrali temono di incorrere modificando quel parametro – passando, magari, da un 2 ad un 3% – viene a tutti gli effetti sopportata e pagata dai principali operatori economici, quelli cioè che muovono concretamente i mercati: lo Stato, le imprese, i lavoratori, le famiglie. Si può davvero andare avanti così?