di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Il dibattito sul superamento del woke, che arriva dagli Usa, da dove lo stesso woke era partito, sta producendo un effetto interessante: per una volta è la sinistra a interrogarsi su se stessa e sui limiti di una stagione culturale che ha fatto del linguaggio e della rappresentazione delle minoranze uno dei principali temi politici. Siano o meno dettate da ragioni elettoralistiche, le dichiarazioni di Giuseppe Conte e Matteo Renzi, pur diverse per impostazione politica, dimostrano una presa di coscienza su alcune criticità che nel mondo conservatore, compresa l’Ugl, dal suo punto di vista fondato su una visione di destra sociale, erano state notate e denunciate da tempo. Il problema del woke, infatti, non ha mai riguardato la difesa dei diritti civili, né la lotta alle discriminazioni, temi che ormai appartengono pienamente e trasversalmente alla nostra tradizione occidentale, ma alcuni eccessi inaccettabili ed anche la trasformazione della tutela delle minoranze in una nuova forma di conformismo culturale, nella quale esistevano parole ammesse e parole proibite, opinioni legittime e opinioni da espellere dal dibattito pubblico, non solo nel presente, ma perfino andando a riscrivere la storia stessa della nostra civiltà, con la cosiddetta “cancel culture”. Dal punto di vista di una destra sociale moderna, la giusta tutela delle minoranze non dovrebbe mai prevaricare sulla comunità nel suo insieme e per questo c’è un’altra contraddizione che il dibattito progressista in corso dovrebbe affrontare con maggiore lucidità. La crescita della presenza islamica in Occidente ha mostrato quanto sia fragile l’idea secondo cui tutte le identità possano essere automaticamente ricondotte allo stesso sistema di valori. Alcune interpretazioni della religione musulmana sono infatti profondamente incompatibili con principi che il mondo occidentale considera irrinunciabili: la parità tra uomo e donna, la libertà individuale, la libertà sessuale, il pluralismo religioso e la libertà di espressione. È proprio qui che si rischia di entrare in un corto circuito ideologico difficile da ignorare, non vedendo che alcune minoranze possono essere, a loro volta, portatrici di valori incompatibili con la società liberale e che la loro tutela non può diventare una rinuncia ai principi fondamentali della nostra democrazia e alla difesa della comunità nazionale nel suo complesso. La vera alternativa al woke, allora, non è tornare indietro sui diritti, ma, nella forma, restituire libertà al dibattito pubblico e, nella sostanza, ridare centralità ad una vera uguaglianza fondata sul reciproco rispetto non solo dei diritti, ma anche dei doveri, sul merito nel lavoro per garantire mobilità sociale, sulla sicurezza, sulla tutela della qualità della vita: questioni universali che riguardano tutti, prima delle loro appartenenze, per rafforzare il senso di comunità e la vera giustizia sociale.