di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Per troppo tempo l’Occidente, l’Europa in particolare, ha portato avanti l’idea di una globalizzazione fondata sulla divisione dei compiti: noi inventiamo, gli altri producono. Tra gli anni Novanta e i primi Duemila sono state trasferite in Cina e in altri Paesi asiatici quote crescenti di manifattura, puntando sul basso costo del lavoro, mantenendo solo le attività a più alto valore aggiunto ed affidando a ricerca, brevetti e innovazione il proprio primato. Oggi quella stagione è definitivamente tramontata. Come osserva Giuliano Noci sul Sole 24 Ore, «l’innovazione è la scintilla», mentre la fabbrica è il luogo in cui quella scintilla diventa potere industriale. È una consapevolezza che l’Ugl ha sempre avuto, perché la delocalizzazione, se ha prodotto vantaggi immediati per le imprese, ha minato in primis l’occupazione e la coesione sociale e poi ha anche eroso competenze, filiere e capacità produttiva. I casi dell’automotive e dell’acciaio raccontano bene questa fragilità: industrie strategiche indebolite e territori chiamati a sostenere il costo di scelte orientate soprattutto al breve periodo. La Cina, da produttore tout court, nel tempo si è trasformata in un leader economico, costruendo un ecosistema nel quale ricerca, capitale e produzione si alimentano reciprocamente. Ogni processo produttivo ha fatto crescere conoscenze, competenze ed esperienze che hanno sostenuto non solo l’economia, ma anche la capacità di innovazione, perché proprio la fabbrica è il luogo in cui l’innovazione viene perfezionata, resa competitiva e portata su scala. Per l’Europa questa è stata una lezione da non ignorare. Ora, di fronte alla nuova frontiera dell’intelligenza artificiale e della robotica, alla luce di quanto accaduto in questi decenni, occorre una strategia capace di unire ricerca e produzione. Oltre all’individuazione di regole, oltre alla ricerca, dobbiamo tornare a produrre. E dobbiamo farlo perché AI e robot cambiano l’equazione della competitività, consentendo di automatizzare processi, ridurre costi e riportare vicino ai mercati produzioni perdute. Servono investimenti, energia a costi competitivi, infrastrutture, competenze, formazione e filiere integrate, capaci di collegare università, imprese e fabbriche. L’Europa deve smettere di considerare la manifattura come il piano inferiore dell’economia, perché è solo nella fabbrica che l’innovazione diventa occupazione, valore e sicurezza economica. Possediamo ancora competenze, tecnologie e una forte tradizione manifatturiera e sarebbe necessario ricomporre questi patrimoni in una strategia comune, valorizzando le nostre competenze industriali, creando lavoro qualificato, restituendo al continente una prospettiva di crescita economica e anche rafforzando la nostra autonomia e la nostra sicurezza, anche da un punto di vista politico, recuperando una vera sovranità industriale europea.