Ex Ilva, la sfida della cordata italiana: newco, forno elettrico e Stato in campo, ma il nodo resta il futuro di migliaia di lavoratori
Pur con la prospettiva, nonostante il ricorso presentato dai commissari straordinari, della chiusura dell’area a caldo di Taranto entro fine ottobre, stabilita per motivi sanitari dalla Corte d’Appello di Milano, quattordici aziende italiane del settore siderurgico, guidate da Federacciai, hanno presentato all’advisor una manifestazione di interesse preliminare e non vincolante. L’obiettivo è verificare se esistano le condizioni per costruire una nuova società, una Newco, destinata soprattutto a rilanciare l’area a freddo dello stabilimento di Taranto. Il progetto della cordata italiana comprende la chiusura dell’area a caldo, anche per i rischi legati al contenzioso giudiziario. L’ipotesi allo studio prevede, infatti, che inizialmente a Taranto si trasformino solo bramme realizzate altrove e che, successivamente, si costruisca un nuovo forno elettrico e un impianto per la produzione di DRI, il preridotto destinato ad alimentarlo, per poter tornare lavorare l’acciaio a partire da quello grezzo, usando però una tecnologia ecologica e senza carbone. Con un solo forno elettrico, la nuova Ilva potrebbe produrre tra 2,5 e 3 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, una capacità molto inferiore rispetto al passato, considerata sostenibile dalla cordata. Ed è proprio questo il capitolo più delicato: quello dell’occupazione, perché con il nuovo forno gli addetti potrebbero scendere dagli attuali circa 8mila a 4.500. Una prospettiva che alimenta l’allarme dei sindacati, preoccupati per le conseguenze sull’indotto e sugli appalti e per una crisi occupazionale che potrebbe coinvolgere oltre 12 mila lavoratori. Da qui l’appello delle organizzazioni sindacali alle istituzioni, in particolare alla Premier e al Presidente della Repubblica, attesi domani in Puglia, per un intervento straordinario: blocco dei licenziamenti e ammortizzatori sociali per proteggere redditi e posti di lavoro. Sul tavolo resta poi il ruolo dello Stato: la cordata italiana considera infatti indispensabile una presenza pubblica nella gestione dei rischi economici e giudiziari e punta a ottenere risorse per la realizzazione del nuovo impianto. Al momento, dunque, più che una soluzione c’è un possibile percorso, ma il nodo resta quello di tenere insieme produzione, sicurezza, investimenti e occupazione.