di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Le parole del presidente dell’Inps, Gabriele Fava, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, colgono un punto essenziale del dibattito sul futuro del nostro sistema previdenziale: prima ancora di interrogarsi su come garantire pensioni adeguate alle nuove generazioni, bisogna chiedersi quale lavoro stanno trovando, oggi, i giovani, con quali salari, con quale continuità e con quali prospettive di crescita. È dal lavoro, infatti, che deve partire ogni ragionamento sulla sostenibilità della previdenza. Il rischio di pensioni basse per i giovani non si affronta soltanto intervenendo sulle regole pensionistiche o immaginando nuovi strumenti di previdenza complementare. Se le carriere restano discontinue, i salari insufficienti e il lavoro irregolare continua a sottrarre risorse al sistema, nessuna riforma potrà essere davvero risolutiva. Per questo è condivisibile l’esigenza di un cambio di paradigma: occorre rafforzare la base occupazionale e contributiva del Paese, creando più lavoro e, soprattutto, lavoro di qualità. La prima sfida riguarda la partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne. Servono politiche capaci di favorire l’ingresso dei giovani, sostenere la permanenza delle donne nel lavoro e accompagnare percorsi professionali stabili. Due parole chiave in questo senso sono essenziali: formazione e conciliazione. Le trasformazioni tecnologiche e produttive stanno modificando rapidamente le competenze richieste dal mercato; quindi, investire nella formazione significa aumentare l’occupabilità, ma l’innovazione offre anche, d’altro canto, maggiori strumenti di work-life balance. In sostanza serve non solo più occupazione, ma anche un lavoro migliore e meglio retribuito, sola leva per diffondere la previdenza complementare. In questa direzione un ruolo centrale spetta alla buona contrattazione, capace di legare salari, produttività, welfare e crescita professionale. Il lavoro deve tornare a essere uno strumento di emancipazione e di costruzione del futuro, rafforzando la partecipazione dei lavoratori alla vita economica dell’impresa, compresa una maggiore diffusione della condivisione degli utili. Quando chi contribuisce alla crescita di un’azienda può beneficiare dei risultati prodotti, si rafforza la produttività e si migliora la qualità, economica e non, del lavoro. In questo quadro, serve un fisco adeguato, che renda conveniente per imprese e lavoratori la contrattazione di secondo livello, premiando ulteriormente i premi di produttività e la distribuzione degli utili. In sintesi, se un terzo pilastro previdenziale per i giovani rappresenta ormai uno strumento decisivo, la priorità resta, comunque, il lavoro, di qualità e stabile, precondizione necessaria sia per la previdenza pubblica che per quella complementare. La prima riforma previdenziale, in ultima istanza, comincia da un mercato del lavoro più inclusivo, perché senza lavoro non c’è previdenza sostenibile, e senza buon lavoro non c’è futuro per le nuove generazioni.