Strage annunciata
Il 31 luglio del 1956 i rappresentanti dei sindacati italiani scrivono al nostro Ministero degli esteri, chiedendo di intercedere con il Governo di Bruxelles e con il gruppo di lavoro della comunità carbosiderurgica alla luce della «perdurante insicurezza delle condizioni di lavoro nelle miniere dei bacini di Charleroi, Liegi e Mons». Erano passati dieci anni dalla firma del Protocollo italo-belga del 23 giugno 1946, che aveva previsto l’invio di 50mila lavoratori italiani in cambio di carbone. Si era all’indomani del Referendum del 2 giugno, che aveva sancito la nascita della Repubblica. Il Governo italiano, nel confermare la volontà di contribuire alla ripresa economica dell’Europa, si impegnava a favorire la migrazione verso il Belgio, mentre Bruxelles garantiva l’invio regolare di carbone, un’azione sulle aziende carbonifere affinché queste garantissero alloggio, vitto e condizioni di lavoro uguali a quelle dei lavoratori belgi e gli assegni familiari anche per i figli rimasti in Italia. «Le organizzazioni sindacali italiane – continua la missiva del 31 luglio – lamentano che, come risulta da testimonianza assunte in via diretta, non di rado il personale di sorveglianza è propenso a tollerare che i minatori di fondo trascurino le norme di sicurezza per consentire un aumento della produzione». I sindacati italiani ricordano anche quanto scritto dai colleghi belgi e francesi, che collegano il rischio infortuni e incidenti al «compito imposto agli operai a cottimo, soprattutto nei luoghi pericolosi, è troppo gravoso e fa trascurare le misure elementari di sicurezza». Difficile dire se, quanto accaduto la mattina dell’8 agosto, si sarebbe potuto evitare, ma, di certo, le condizioni di lavoro assolutamente precarie erano note e conosciute. Quella mattina, come al solito, il cambio-turno, nel sito del Bois du Cazier, in località Marcinelle, era iniziato intorno alle sette, con i primi minatori pronti ad inoltrarsi nei vari livelli della miniera che scendeva per oltre mille metri sottoterra. Un’ora dopo, probabilmente per un errore di comunicazione, un vagoncino, destinato a portare in superficie il minerale raccolto, urta una putrella del sistema di invio, la quale, a sua volta, trancia una condotta d’olio, dei fili telefonici, due cavi in tensione e le condotte d’aria compresa. Sono le 8,11 e scoppia l’incendio che, di fatto, renderà impossibile ogni operazione di soccorso, mentre il fumo inizia ad invadere le varie gallerie. Morirono in 262: 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 3 ungheresi, 2 francesi, un inglese, un olandese, un russo, un ucraino.