di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Mentre in Europa imperversa il dibattito sulla crisi migratoria di Ceuta, la più grave mai registrata, in Italia oggi vengono pubblicati i dati Istat su “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente”. Dati che fotografano una “nuova” situazione: dopo il picco del 2024 (141mila), nel 2025 gli espatri si attestano a 109mila unità, segnando un ragguardevole -22,7%. A ciò si aggiunga che, secondo il Viminale, in Italia da gennaio di questo anno si è verificato un crollo degli sbarchi di migranti irregolari pari a un -55% rispetto all’anno precedente e a un -82% rispetto al 2023 primo anno di insediamento del governo Meloni «che aveva ereditato una situazione completamente fuori controllo».
Altro dato importante, è quello dell’emigrazione interna: nel 2025 i trasferimenti interni sono tornati a crescere rispetto al 2024, passando da 1 milione 385mila a 1 milione 455mila, crescita che riguarda sia gli italiani (+34mila), sia gli stranieri, (+36mila). Mobilità interna che continua a favorire il Centro-Nord, registrando, così, un volume di ingressi superiore a quello delle uscite. Nel 2025, il tasso migratorio interno si attesta a +1,6 per mille residenti nel Nord-est e a +1,3 per mille nel Nord-ovest. Il Centro presenta un saldo positivo, pari al +0,5 per mille, con una capacità attrattiva più contenuta. Dunque, nonostante i miglioramenti conseguiti negli ultimi anni dal Mezzogiorno, grazie al Pnrr, il Sud continua a mostrare una dinamica migratoria interna sfavorevole: nel 2025, quasi 3 su 10 hanno scelto come destinazione la Lombardia, che si conferma, così, la principale meta dei flussi provenienti dal Sud, mentre, tra le regioni del Mezzogiorno, il tasso di emigratorietà più elevato si registra in Calabria, dove quasi otto individui su mille residenti sono partiti verso le regioni del Centro-Nord. Così, tra il 2019 e il 2025, il Mezzogiorno ha visto andare via 150mila giovani laureati italiani di 25-34 anni, soprattutto verso il Centro-Nord (-122mila unità) e con un saldo negativo, ma più contenuto, anche con l’estero (-28mila). Quindi riparte la mobilità interna e si attenua quella verso l’estero. Si potrebbe quasi dire che quei giovani non li abbiamo completamente persi, perché restano in Italia, ma sono mal distribuiti e che, però, non dobbiamo dare per scontati.
I dati ci dicono che dobbiamo continuare e rafforzare la strada già intrapresa, cercando di rimuovere i divari territoriali, frenare la mobilità interna giovanile e professionale attraverso un costante sviluppo economico del Mezzogiorno con investimenti mirati. L’impoverimento strutturale di giovani e lavoratori qualificati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord non va visto e non va subito come un fenomeno irreversibile. Gli strumenti per fermare la “marea” ci sono: politiche attive per il lavoro, defiscalizzazioni e investimenti produttivi nelle aree depresse, l’introduzione del concetto di “salario giusto”, dobbiamo solo attenderne gli effetti.