Con l’aumento dei prezzi dei carburanti, il tema è tornato al centro del dibattito
Con l’aumentare costante dei prezzi dei carburanti, dovuto alla crisi in Medio Oriente e in particolare alle rappresaglie nello stretto di Hormutz, si è tornato a parlare di Smart Working in larga scala. Già sperimentato in modo massiccio durante la pandemia, secondo l’ultimo Rapporto Eurispes, gli italiani lo vedono come «una forma di equilibrismo, generalmente felice, tra spazi di vita ed autonomia, ottimizzazione delle risorse (di tempo ed economiche), senza una totale rinuncia alla socialità, alla distinzione degli spazi e ad alcune abitudini che per molti fanno ormai parte della vita lavorativa». Secondo l’indagine 2026 il 31,3% dei lavoratori fa smart working, dei quali il 5,7% sempre, l’8,7% per la maggior parte del tempo, il 16,9 % per la minoranza del tempo. L’87,1% vorrebbe continuare a fare smartworking per gli aspetti positivi, ovvero per motivi che vanno dalla gestione degli impegni familiari e domestici (nell’82,7% dei casi), alla qualità della vita (80,8%), all’organizzazione del lavoro (78,1%). Stando all’indagine, non potendo più lavorare in smart working, il 46% dei lavoratori si dispiacerebbe, ma si adatterebbe, il 28,8% non avrebbe particolari problemi, il 13,9%, invece, lascerebbe il lavoro/cercherebbe un altro lavoro in smart working, mentre per l’11,3% sarebbe un cambiamento positivo. In generale, quindi, le reazioni negative ad un eventuale stop al lavoro agile sarebbero il 59,9% del totale, contro il 40,1% delle reazioni neutre o positive.