di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Non c’è da meravigliarsi, più che altro da dispiacersi se, come dimostrato dal “Dossier Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con ISTAT e presentato presso la sede Inps a Palazzo Wedekind, gli italiani non hanno un minore desiderio di diventare genitori, ma “soltanto” delle difficoltà che, nonostante le molte scelte giuste fatte dall’attuale governo, impediscono a milioni di persone di realizzare il proprio progetto di vita. Anche la costante crescita della migrazione dei giovani italiani under 35 dal Sud al Nord racconta di una Nazione che continua ad avere gli stessi sogni e miraggi, nonostante gli ottimi risultati raggiunti dal Mezzogiorno negli ultimi quattro anni grazie al Pnrr. Decenni di scelte sbagliate non si recuperano in quattro o cinque anni, ma in quattro o cinque anni si possono porre le basi per determinare un’inversione di tendenza.
Il rapporto “Dossier Natalità 2026” fotografa un Paese in cui nel 2025 il tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, perché la rinuncia alla genitorialità è determinata soprattutto da ostacoli economici, lavorativi e sociali. Non siamo di fronte ad un cambiamento culturale o alla mancanza di desiderio di avere figli. Tra gli italiani in età feconda che non avranno altri figli, il 62,2% afferma di aver rinunciato a causa delle difficoltà incontrate, mentre soltanto il 5,5% dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio di quelli venuti alla luce. Non basta: nel 2025, a fronte di 355 mila nascite, si sono registrati 652 mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297 mila persone.
La situazione così è ancora più chiara: oltre 2,8 milioni di italiani indicano le difficoltà economiche e lavorative come principale ostacolo; quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità (24% uomini); oltre 3 milioni di donne risultano inattive per motivi familiari (151 mila uomini); 763 mila persone rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere i genitori anziani.
Determinare un’inversione di tendenza in materia demografica non è cosa di poco conto. Ma per noi dell’UGL sono chiari i presupposti per sperare di riuscire a farlo: bisogna integrare fondi pubblici dedicati al welfare familiare per sostenere i passaggi più delicati di una famiglia e fondi privati dedicati a quello aziendale. Per contrastare il declino demografico occorre rafforzare un’occupazione stabile, aumentare le retribuzioni con la contrattazione collettiva di secondo livello; potenziare l’assegno unico universale e l’introduzione di strategie di conciliazione tra vita e lavoro che non costringano le madri a scegliere tra occupazione e cura dei figli.
Ci vuole tanto e, allo stesso tempo, poco, perché gli italiani, alla fine, sono sempre gli stessi; è solo che, oggi, fanno fatica ad esserlo.