di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Strumentalizzare politicamente le grandi opere, è un errore, ormai, così prevedibile e, allo stesso tempo, madornale.

La Tav, la linea transfrontaliera Torino-Lione, considerata non solo dall’Italia, ma dall’intera Unione Europea un’opera fondamentale e altamente strategica, è da 35 lunghissimi anni ancora in via di realizzazione. È caduta, infatti, come se non bastassero le difficoltà economiche e operative, al centro di proteste sia degli abitanti sia di «gruppi paramilitari», come li ha definiti oggi in un’intervista sul quotidiano La Stampa l’ex magistrato non certo di destra Luciano Violante, che hanno come unico obiettivo quello di interrompere a Tav e farla sprofondare. In barba a investimenti di miliardi di euro (circa 11,1, di cui spesi per le opere preparatorie e per i primi scavi 2), voluti a suo tempo sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, qui però con alcuni distinguo.

Oggi, la CGIL, con un esposto firmato dal Segretario Generale, Maurizio Landini, ha presentato un esposto alla Corte dei conti per chiedere di accertare se, nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici o se, al contrario, vi siano i presupposti di un danno erariale. Quando sono in gioco miliardi di euro dei cittadini, è la tesi della Confederazione di Corso d’Italia, è un dovere pretendere trasparenza, legalità e un uso rigoroso delle risorse pubbliche.

Poiché il “core business” di un sindacato è ben altro, è evidente che si tratta di un atto puramente pretestuoso e viziato da un’impostazione ideologica e pregiudiziale. Dietro la formula della “difesa del denaro pubblico”, si cela l’ennesimo tentativo ostile di bloccare lo sviluppo infrastrutturale del Paese e di azzoppare la crescita del Mezzogiorno. Il Ponte sullo Stretto non è una cattedrale nel deserto o una spesa improduttiva, ma un’opera infrastrutturale di valenza altamente strategica per la Sicilia e la Calabria, per l’Italia intera e per l’Europa. È la chiave di volta per connettere stabilmente le reti ad alta velocità e capacità con i principali hub portuali e logistici del Mediterraneo. Accantonare o rallentare questo progetto significa bloccare una più che possibile catena virtuosa in grado di potenziare porti, ferrovie e viabilità secondaria, garantendo competitività e centralità alle imprese del Sud.

Non solo. Il Ponte sullo Stretto rappresenta quel passaggio di testimone indispensabile che, dalla fine del Pnrr e dei suoi effetti positivi, porterebbe il Sud – e in particolare la Sicilia – a consolidare e moltiplicare la spinta ricevuta, come dimostrano i dati Istat e Svimez, che ha portato, per il quarto anno consecutivo, il Mezzogiorno a crescere più del Nord (+0,7% nel 2025 rispetto al +0,5% del Centro-Nord), e la Sicilia, negli ultimi cinque anni, a incrementare il Pil del +18,9%. Risultati del governo di centrodestra ai quali hanno contribuito altre scelte virtuose come l’istituzione della ZES Unica per il Mezzogiorno e della Super Zes Siciliana.

Che senso ha, chiedo, ostacolare quell’innesco virtuoso, peraltro a una manciata di mesi dalle prossime elezioni politiche?