Retribuzioni, e pensioni, inadeguate e inique: da dove è iniziato tutto
A meno che non si tratti di cura omeopatica, ma a quel punto le dosi per creare l’antidoto devono essere infinitesimali (e non è questo il caso), può la causa di un male essere anche la sua soluzione? Evidentemente no. Diverse statistiche nell’ultima settimana ci hanno raccontato e fotografato tanti divari che rendono le retribuzioni e le pensioni delle lavoratrici, soprattutto, e dei lavoratori italiani piuttosto inadeguate al costo della vita. Ieri l’Osservatorio Inps ha reso noto che nel primo semestre 2026 le pensioni liquidate alle donne hanno avuto un importo medio di 1048 euro, inferiore del 30,41% rispetto ai 1.506 euro medi delle pensioni liquidate agli uomini nello stesso periodo. Con l’aggravante che il divario nel 2025 era del 26,2% con 1.047 euro medi mensili delle pensioni delle donne liquidate nell’intero anno e 1.419 medi delle pensioni degli uomini. Un gap molto importante, non solo in termini di principio e di equità, ma di difficoltà nel vivere la vita, che può essere messo in relazione con un’altra indagine. L’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) nell’ultima nota di lavoro ha ricostruito l’andamento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti privati in Italia dagli anni Novanta a oggi e analizza il ruolo delle riforme dell’Irpef nel sostenere le retribuzioni nette e nel mitigarne la disuguaglianza. Tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6% con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione. La debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde. Mettendo da parte per un attimo la questione Irpef, andiamo a vedere quali erano le politiche del lavoro negli anni 90 e vediamo che quella decade è stata caratterizzata da una profonda transizione, il passaggio dall’era del contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo determinato e altre forme di flessibilità, alcune delle quali piuttosto selvagge, “grazie” all’introduzione del Pacchetto Treu, accompagnato dall’avvio della storica “concertazione” tra Governo e parti sociali, nonché dall’altrettanto famosa “moderazione salariale” per fronteggiare la grave crisi valutaria del 1992 e rientrare nei parametri del Trattato di Maastricht (sempre il solito contenimento dell’inflazione).
Nel frattempo, il mondo è cambiato, per usare un eufemismo, e oggi sono le donne, sempre più in affanno a conciliare tempi di lavoro con il tempo da dedicare alla famiglia, a chiedere maggiore flessibilità, ovviamente una flessibilità con adeguate garanzie, e una retribuzione adeguata.
Perciò, quando dal centrosinistra e dalle opposizioni si usano retribuzioni e pensioni per mettere in difficoltà il governo attuale, quando si invocano soluzioni come il salario minimo o la settimana corta, facciamo molta attenzione. Ricordiamoci sempre da dove sono partiti l’indebolimento e le disparità delle retribuzioni e, quindi, delle pensioni italiane.