Teheran denuncia: tra gli obiettivi dei raid americani, anche ponti e aeroporti

Siamo al sesto giorno di attacchi reciproci tra Iran e Stati Uniti, mentre sullo sfondo la navigazione nello Stretto di Hormuz, il cui controllo è al centro della guerra, è paralizzata: ieri solo tre navi sono riuscite ad attraversarlo. La tanto temuta escalation si sta materializzando giorno dopo giorno: negli ultimi raid, ad esempio, entrambi gli schieramenti hanno alzato il tiro. In queste ore, secondo i resoconti forniti da Teheran, gli Usa hanno bombardato ponti, snodi ferroviari e aeroportuali che allungano l’elenco degli obiettivi che finora includeva principalmente installazioni di difesa aerea, mentre l’Iran ha rivendicato un attacco a un centro di comando delle operazioni speciali statunitensi ad al-Tanf, in Siria, un Paese che fino ad adesso e a differenza dei vicini regionali – Oman, Qatar, Giordania… – non era mai stato interessato dalla guerra. L’evoluzione degli eventi viene seguita con apprensione dalla comunità internazionale, interessata alla fine dell’ostilità che consenta il ritorno alla normalità nello Stretto di Hormuz, vitale per l’economia mondiale. Agli appelli, ripetuti in questi giorni, si aggiunge quello congiunto di Cina e Pakistan: il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e l’omologo pakistano, Ishaq Dar, hanno congiuntamente «espresso preoccupazione per il deterioramento della situazione attuale, invitando le parti coinvolte a cessare immediatamente le ostilità e a tornare al dialogo».