di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’occupazione femminile cresce, con una percentuale che ha finalmente superato il 54%, e questo è un ottimo segnale per il Paese, sia dal punto di vista economico che sociale, con una maggiore partecipazione delle lavoratrici al mercato del lavoro. Un risultato che va consolidato con politiche strutturali. Allo stesso tempo, però, un’analisi più dettagliata dei dati evidenzia come come dietro questo progresso si nascondano dinamiche che impongono una riflessione più profonda. A trainare la crescita sono, infatti, soprattutto le lavoratrici tra i 50 e i 64 anni, il cui tasso di occupazione è aumentato del 5,2% tra il 2022 e il 2025, con 458 mila occupate in più. Un dato, quindi, determinato non solo da maggiori ingressi femminili nel mondo del lavoro, ma anche, in modo significativo, dall’invecchiamento della popolazione e dall’allungamento dell’età pensionabile e che quindi non può essere interpretato come risolutivo per il problema dell’occupazione femminile. Anche perché, contemporaneamente, preoccupa il rallentamento del tasso di occupazione registrato nelle fasce più giovani, con un calo vicino al 2% tra le donne tra i 15 ed i 24 anni. Ed è proprio qui che si gioca il futuro del Paese. Se le nuove generazioni di donne faticano a entrare stabilmente nel mercato del lavoro, il rischio è quello di alimentare precarietà, ritardi nell’autonomia economica e rinuncia ai progetti familiari, aggravando ulteriormente la crisi demografica, e continuare ad assistere alla fuga di talenti ed energie verso l’estero. Resta infatti evidente il forte divario con l’Europa. Mentre nell’Unione europea il tasso medio di occupazione femminile raggiunge il 66,6%, l’Italia rimane ancora distante, superata perfino da Paesi come Grecia e Romania. Particolarmente significativo, poi, è il dato delle 7,8 milioni di donne inattive. Di queste, oltre 1,26 milioni dichiarano di essere disponibili a lavorare, ma il 27% indica negli impegni familiari la principale causa della propria inattività. Ancora più eloquente è il fatto che, tra i 30 e i 40 anni, le responsabilità di cura rappresentano circa il 60% delle motivazioni che tengono lontane le donne dal lavoro. Numeri che confermano l’esigenza di potenziare le politiche di conciliazione fra vita privata e lavoro. Insomma, pur apprezzando i risultati, molto positivi, è necessario non accontentarsi e continuare a lavorare per colmare il gap accumulato negli anni, attraverso investimenti nei servizi per l’assistenza alle famiglie, maggiore conciliazione tra vita e lavoro, una fiscalità che sostenga le famiglie ed anche – nell’ambito dell’istruzione e della formazione – il rafforzamento delle competenze, specie negli ambiti maggiormente richiesti dal mercato del lavoro contemporaneo, per accompagnare le giovani donne in un percorso di piena integrazione verso un’occupazione stabile e di qualità.