di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
I dati del XXVIII Rapporto AlmaLaurea mostrano luci e ombre nel rapporto tra università e mondo del lavoro in Italia. Da un lato, si registra un miglioramento dei livelli occupazionali dei laureati, che raggiungono percentuali particolarmente elevate a cinque anni dal conseguimento del titolo, superando il 94% nel caso delle lauree magistrali. Un segnale incoraggiante, sull’onda dell’aumento generale dell’occupazione, che conferma il valore dell’investimento nella formazione universitaria e la crescente richiesta di professionalità qualificate da parte del sistema produttivo. D’altro canto, però, resta il problema del mancato riconoscimento economico delle competenze: i laureati italiani continuano a percepire retribuzioni significativamente inferiori rispetto ai loro colleghi che lavorano all’estero. A cinque anni dal titolo, infatti, chi trova un’occupazione fuori dai confini nazionali guadagna mediamente quasi 3.000 euro netti al mese, contro i circa 1.800 euro percepiti in Italia. Un differenziale che sfiora il 60% e che rappresenta uno dei principali fattori alla base della fuga dei talenti, con una perdita di capitale umano che impoverisce il Paese, dopo che famiglie, università e istituzioni hanno investito risorse importanti nella loro formazione. Laureati che, fra l’altro, sono pochi, il 31% dei 25-34enni, molti meno di quelli delle altre grandi Nazioni europee. Il rapporto evidenzia la persistenza di divari, di genere e territoriali, che incidono profondamente sulle opportunità di crescita. Le donne, pur rappresentando quasi il 60% dei laureati e conseguendo mediamente risultati accademici migliori, continuano a registrare minori possibilità occupazionali e retribuzioni inferiori in confronto agli uomini, anche perché sono in minoranza nei percorsi Stem, e la percentuale è anche scesa, dal 41,1 al 40,5%. A livello territoriale, rimane penalizzato Mezzogiorno, dove le opportunità lavorative e i livelli salariali restano più bassi. Elemento di novità è poi la selettività dei neolaureati nei confronti del lavoro: due su tre non accettano retribuzioni inferiori a 1.500 euro netti mensili né mansioni incoerenti al percorso di studi svolto. Bisogna rafforzare il collegamento tra università e sistema produttivo, incentivare le assunzioni qualificate, sostenere la contrattazione che valorizza il merito e le competenze e promuovere politiche industriali capaci di generare occupazione stabile e ben retribuita. Occorre inoltre investire sul diritto allo studio e sull’orientamento, affinché le disuguaglianze sociali non continuino a condizionare l’accesso all’istruzione universitaria. L’Italia ha bisogno dei suoi giovani e delle loro competenze e per trattenerli serve una buona occupazione, fatta di salari adeguati, prospettive di crescita professionale e condizioni di lavoro dignitose. Solo così potremo trasformare il capitale umano formato nelle nostre università in un autentico motore di sviluppo, innovazione e competitività per l’intero Paese.