Non un trattato sull’intelligenza artificiale, ma un discorso più ampio da affrontare
Se i primi due capitoli della lettera enciclica Magnifica Humanitas rappresentano, per molti versi, quasi un riannodare i fili di un percorso lungo ormai almeno 135 anni, il capitolo terzo ci porta direttamente al cuore della questione. Premesso che il rapporto fra «tecnica e dominio» è presente da sempre nelle varie fasi dello sviluppo dell’umanità, oggi appare in gioco «la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale». Leone XIV chiarisce che non è sua intenzione offrire una trattazione dell’intelligenza artificiale, ma che vuole soltanto richiamare alcuni elementi essenziali. La differenza di base con l’uomo è che il modo di apprendere dell’intelligenza artificiale è diverso da quello della persona umana: «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore». Quindi, partendo da questo presupposto, l’intelligenza artificiale è da considerarsi un «aiuto prezioso che richiede attenzione», con «un approccio sobrio e vigile» sia per la singola persona che le società. Di conseguenza, serve «responsabilità, trasparenza e governo», questo perché «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità», che possono essere sintetizzate nella custodia dell’umano, evitando che «il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana». La narrazione di fondo è quella del progresso come superamento dell’umano (transumanesimo o postumanesimo), ma sono propri i limiti dell’uomo (incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza) a definirne la sua grandezza. Non deve, però, essere uno scontro di civiltà, in quanto «l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta».