di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

I dati contenuti nell’ultimo rapporto dell’Ocse sul mercato siderurgico mondiale, l’«Ocse steel outlook 2026», confermano una situazione allarmante. In sostanza, le esportazioni cinesi di acciaio nel 2025 hanno raggiunto la cifra record di 131 milioni di tonnellate, con un aumento del 153% rispetto all’anno precedente, ed hanno superato la produzione totale dell’Ue, in una dinamica che rischia di compromettere gli equilibri economici e industriali su cui si fonda la competitività dell’Europa e dell’Italia. Un sorpasso alimentato soprattutto dalle massicce sovvenzioni pubbliche, «fino a quindici volte superiori a quelli di produttori di altre parti del mondo», che garantiscono vantaggi difficilmente replicabili in Europa e che si aggiungono a regole molto meno stringenti in materia di ambiente, lavoro e sicurezza, determinando prezzi inferiori ai nostri. Una concorrenza sleale che consente al gigante asiatico di invadere i mercati esteri, per sopperire a una domanda interna cinese in diminuzione a causa del rallentamento della spesa per le infrastrutture. Nel frattempo, la produzione di acciaio nella Ue è scesa, anche se, nel calo generale, l’Italia è andata in controtendenza, con una crescita del 2,4% nel 2025. Se da parte dell’Unione europea sono state adottate misure di salvaguardia e anche norme antidumping su specifici prodotti e Paesi, la sfida è tutt’altro che vinta e per questo dal 1 luglio sarà introdotto un nuovo regolamento, provvisorio, più restrittivo, in termini di quote esenti da dazio, aliquote per quelle eccedenti e trasparenza della filiera, anche perché l’Ocse ha stimato un eccesso di capacità di 640 milioni di tonnellate nel 2025, che potrebbe arrivare a 745 entro il 2028: in sintesi, con una produzione superiore alla domanda, il rischio di una massiccia affermazione dell’acciaio a basso costo cinese a scapito di quello europeo è reale e tangibile. È necessario difendere la produzione europea per tutelare la nostra produzione e la nostra occupazione, in una sfida che va oltre il singolo settore produttivo ed investe il futuro dell’industria manifatturiera nel suo complesso, basti pensare ad un altro comparto in difficoltà, quello dell’automotive. Una sfida che richiede visione, da affrontare mediante politiche industriali e commerciali coraggiose e lungimiranti e tramite investimenti, innovazione, formazione e valorizzazione del capitale umano, per sostenere un asset strategico. Oltre a tutto questo, ancora una volta, come anche nel settore energetico, non si tratta solo di sicurezza economica, ma anche di difendere la nostra sovranità politica, evitando una progressiva dipendenza dall’estero, capace di generare vulnerabilità rispetto a quantità, qualità e prezzi delle importazioni, specie in un frangente internazionale nel quale è richiesto un maggiore sforzo sul fronte dell’industria della difesa.